Garlasco, stangata a Mediaset: quasi 60mila euro di multa per le immagini del corpo di Chiara Poggi mandate in onda

Chiara Poggi – @lacapitalenews.it

Il caso Garlasco torna al centro del dibattito pubblico, ma questa volta non per una nuova perizia, un interrogatorio o un colpo di scena investigativo. Sotto accusa finisce il modo in cui la televisione ha raccontato il delitto di Chiara Poggi.

Il Garante per la protezione dei dati personali ha sanzionato Rti Spa per complessivi 59.606 euro dopo la diffusione, in due programmi Mediaset, di immagini ritenute lesive della dignità della giovane uccisa il 13 agosto 2007 e della sua famiglia.

Il provvedimento riguarda la puntata di Le Iene – Inside, delitto di Garlasco, caso riaperto, trasmessa il 30 marzo 2025, e quella di Zona Bianca andata in onda il 9 luglio dello stesso anno. L’Autorità ha imposto anche il divieto di mostrare nuovamente le immagini del corpo senza vita di Chiara Poggi.

Garlasco, la denuncia dei genitori di Chiara Poggi

La decisione nasce dai reclami presentati da Giuseppe Poggi e Rita Preda, i genitori di Chiara, che avevano denunciato una violazione della normativa sulla privacy e del diritto alla tutela della memoria della figlia.

Nel mirino del Garante sono finite alcune immagini che mostravano tracce di sangue sul corpo della vittima e segni presenti sulla gamba. Secondo l’Autorità, quei dettagli non aggiungevano elementi davvero utili alla comprensione del caso giudiziario e non contribuivano alla ricostruzione dei fatti.

La loro diffusione ha quindi violato il principio di essenzialità dell’informazione. In altre parole, il diritto di cronaca non giustifica automaticamente la pubblicazione di ogni dettaglio disponibile, soprattutto quando quel materiale colpisce direttamente la dignità della vittima e il dolore dei familiari.

Quasi 60mila euro di multa a Mediaset

La sanzione più pesante riguarda Le Iene Inside, colpita con una multa da 51.091 euro. Per Zona Bianca l’importo ammonta invece a 8.515 euro.

Il Garante ha ritenuto sproporzionata la scelta di mandare in onda immagini così crude rispetto al loro effettivo valore informativo. Il presidente dell’Autorità, Pasquale Stanzione, ha sottolineato che quei particolari non risultavano giustificati da un concreto interesse pubblico.

Le immagini non avrebbero fornito nuovi elementi investigativi né aiutato il pubblico a comprendere meglio gli sviluppi dell’inchiesta. Avrebbero invece trasformato il corpo della vittima in materiale televisivo, superando il confine tra informazione e spettacolarizzazione.

La televisione e il confine superato

Il provvedimento apre una questione che va ben oltre le due singole trasmissioni. Il delitto di Garlasco continua a occupare ore di palinsesto, speciali, talk show e approfondimenti, soprattutto dopo la riapertura dell’inchiesta e il nuovo coinvolgimento di Andrea Sempio.

L’interesse pubblico resta enorme, ma proprio questa attenzione rende più urgente il rispetto di limiti chiari. Raccontare un omicidio non significa poter mostrare tutto. Il dolore di una famiglia non può diventare un elemento di scena e il corpo di una vittima non può essere utilizzato per aumentare la tensione narrativa.

Il Garante richiama così i programmi televisivi a un principio semplice: il diritto di cronaca non cancella il diritto alla dignità.

La famiglia Poggi valuta nuove iniziative

L’avvocato Vinicio Longo, legale della famiglia Poggi, ha accolto positivamente la decisione. Secondo il difensore, immagini tanto crude possono trovare spazio soltanto quando risultano indispensabili per raccontare un fatto investigativo realmente nuovo.

In questo caso, sostiene il legale, quella necessità non esisteva. La famiglia starebbe quindi valutando ulteriori iniziative per tutelare la memoria di Chiara.

La vicenda consegna alla televisione un avvertimento netto. Non basta invocare il diritto all’informazione per trasformare ogni reperto, fotografia o dettaglio anatomico in contenuto da prima serata. Esiste un limite che separa l’inchiesta dalla morbosità e l’approfondimento dallo sfruttamento del dolore. Nel caso di Chiara Poggi, secondo il Garante, quel limite è stato superato.