Martina, uccisa a 14 anni dal fidanzato, parlava solo con l’Intelligenza artificiale

Martina Carbonaro

«Ciao chat, volevo chiederti come mai ho paura di dare il cellulare al mio ragazzo?».

Martina Carbonaro, 14 anni, rivolge la domanda a un assistente virtuale. Non alla madre. Non a un’amica. Non a un adulto. A una macchina.

È questo il dettaglio che più colpisce nella deposizione resa da un carabiniere davanti alla seconda Corte d’Assise di Napoli, nel processo contro Alessio Tucci, 19 anni, accusato di aver ucciso Martina il 26 maggio 2024, lapidandola in un casolare abbandonato dove i due si incontravano di nascosto.

Il militare ricostruisce il profilo di Martina con una precisione che va oltre la cronaca giudiziaria. Una ragazza intrappolata in una relazione soffocante, senza reti di protezione, incapace di confidarsi con qualcuno in carne e ossa.

Martina non aveva confidenti umani

«Non aveva un rapporto confidenziale con la famiglia né con le amiche di scuola», spiega in aula. «Nessuno, forse, conosceva davvero la natura del legame con Tucci». Intorno a lei, una solitudine costruita giorno dopo giorno, alimentata da 168mila comunicazioni (audio, messaggi, file) che il fidanzato usava come una ragnatela per controllarla, isolarla, dominarla.

Martina parla all’IA come si parla a un’amica fidata. «Oggi abbiamo avuto una discussione, ha detto che voleva controllare il mio cellulare». Poi aggiunge: «Mi stava salendo l’ansia. Non ho fatto nulla e non volevo fare nulla».

È una frase che pesa come un presagio. Martina si difende da un’accusa che nessuno le ha ancora rivolto apertamente: quella di aver intrecciato un legame virtuale con un altro ragazzo.

Martina è stata lasciata sola

Tucci lo scopre, lo ingigantisce, lo trasforma in un pretesto di violenza. Minaccia di «accoltellarlo» con i ragazzi della sua gang. È il copione tipico della gelosia patologica che precede molti femminicidi: controllo, isolamento, colpevolizzazione.

Il 9 maggio, meno di venti giorni prima dell’omicidio, Alessio le dà uno schiaffo e le rompe gli occhiali. Ma è Martina a chiedere scusa. Si sente in colpa per essersi lamentata, per aver reagito, per aver osato ribellarsi. È la dinamica più crudele della violenza di controllo: la vittima che interiorizza la colpa, mentre l’aggressore consolida il dominio.

Il processo ora prova a ricostruire non solo l’ultima ora di vita di Martina, ma l’intero ecosistema che l’ha lasciata sola: una famiglia che non vede, una scuola che non intercetta, un gruppo di pari che non ascolta, e una tecnologia che diventa l’unico spazio dove depositare la paura.