A distanza di oltre tre anni dall’arresto di Matteo Messina Denaro, gli investigatori continuano a ricostruire la rete di protezione che per decenni ha consentito al capomafia di sfuggire alla cattura. E adesso uno dei soprannomi più enigmatici comparsi nei pizzini del boss potrebbe finalmente avere un volto.
Secondo la Direzione distrettuale antimafia di Palermo e i carabinieri del Ros, dietro il nome in codice “Parmigiano” si nasconderebbe Francesco Burrafato, 84 anni, ex primario di Chirurgia ed ex direttore sanitario dell’ospedale Vittorio Emanuele di Castelvetrano. Nella mattinata di venerdì i militari hanno eseguito perquisizioni nella sua abitazione e in altri immobili nella sua disponibilità.
Il procuratore di Palermo Maurizio de Lucia, l’aggiunto Vito Di Giorgio e i sostituti Pierangelo Padova, Gianluca De Leo e Bruno Brucoli contestano al medico l’accusa di favoreggiamento aggravato.
Chi è Francesco Burrafato, l’ex primario finito nell’inchiesta
Burrafato è una figura molto conosciuta a Castelvetrano. Per anni ha ricoperto incarichi di primo piano nell’ospedale cittadino, arrivando a dirigere la struttura sanitaria come direttore sanitario.
Gli investigatori ritengono che possa aver avuto un ruolo all’interno della rete di sostegno del superlatitante. L’identificazione con il misterioso “Parmigiano” rappresenta però il punto più delicato dell’inchiesta. Quel soprannome accompagna infatti la storia di Matteo Messina Denaro da decenni e compare già in alcuni pizzini sequestrati dai carabinieri nel 1996.
Il mistero di “Parmigiano” nei pizzini di Messina Denaro
La prima traccia risale a trent’anni fa. In uno dei messaggi recuperati dagli investigatori, Salvatore Messina Denaro, padre di Matteo, scriveva al figlio: «Ti mando una borsa di Parmigiano, non so cosa c’è dentro».
Negli anni successivi il soprannome ricompare ancora. In un altro biglietto, questa volta scritto dal capomafia e indirizzato alla sorella Rosalia, soprannominata “Fragolone”, Matteo Messina Denaro annotava: «Ti devi incontrare col Parmigiano, solo una volta però e gli chiedi». Secondo le ricostruzioni investigative, in quel periodo il boss aveva necessità di ottenere 40 mila euro.
Le indagini e la pista del cognome legato ai latticini
Per anni magistrati e investigatori hanno seguito diverse piste nel tentativo di identificare “Parmigiano”. In un primo momento l’attenzione si era concentrata su imprenditori legati al settore caseario o su persone originarie della provincia di Parma attive nel Trapanese.
L’ipotesi oggi sostenuta dal Ros appare più semplice. Il soprannome potrebbe derivare proprio dal cognome Burrafato, che richiama prodotti lattiero-caseari. Ma gli inquirenti precisano che questo elemento avrebbe rappresentato soltanto il punto di partenza. Nel corso degli anni gli investigatori hanno infatti approfondito intercettazioni vecchie e nuove e ricostruito una serie di rapporti e contatti.
I precedenti accertamenti e il legame con la famiglia del boss
Già nel 2018 Francesco Burrafato era stato sottoposto a perquisizione su disposizione della Procura di Palermo. In quell’occasione la polizia sequestrò un computer e un tablet.
Tra gli elementi finiti al vaglio degli investigatori ci sarebbe stata anche un’utenza telefonica utilizzata dal medico, che sarebbe risultata in contatto con un numero attribuito a Matteo Messina Denaro prima dell’inizio della sua lunga latitanza, nel giugno del 1993.
Nel corso delle indagini è inoltre emerso che la famiglia Messina Denaro aveva nominato proprio Burrafato come consulente di parte in occasione dell’autopsia sul corpo di Francesco Messina Denaro, il padre del capomafia. Il cadavere venne ritrovato il 30 novembre 1998 nelle campagne tra Castelvetrano e Mazara del Vallo.
Forse nella “borsa di Parmigiano” non c’erano soldi
Uno degli aspetti più curiosi dell’inchiesta riguarda proprio il contenuto della misteriosa “borsa di Parmigiano” citata nel pizzino del 1996. Per anni gli investigatori hanno ritenuto che il riferimento potesse indicare somme di denaro destinate al latitante. Oggi non si esclude invece una diversa interpretazione.
Secondo una delle ipotesi emerse nel corso delle indagini, all’interno di quella borsa potrebbero esserci stati farmaci e non soldi. Una circostanza che, se confermata, rafforzerebbe ulteriormente la pista che conduce al medico di Castelvetrano.
L’indagine della Dda di Palermo punta ora a chiarire quale sia stato realmente il ruolo svolto da Francesco Burrafato e se l’ex primario abbia effettivamente rappresentato uno dei punti di riferimento del boss durante gli anni della latitanza.







