Donald Trump non arretra, non corregge il tiro e, soprattutto, non ammette di aver subito alcun ridimensionamento dopo la crisi con l’Iran. Anzi, rilancia. In un’intervista ad Axios, il presidente americano ha scelto la linea più muscolare possibile, trasformando l’accordo con Teheran non in un compromesso necessario per evitare un’escalation globale, ma in una prova di forza personale. «Non ci sono limiti al mio potere», ha dichiarato, respingendo l’idea di aver imparato qualcosa da una guerra che ha rischiato di produrre conseguenze economiche e strategiche enormi. Alla domanda sul significato politico dell’esperienza iraniana, Trump ha risposto senza sfumature: «Non ho imparato nessuna lezione».
Trump sull’Iran: «L’accordo equivale a una resa incondizionata»
Il presidente americano ha ammesso di aver negoziato l’accordo con l’Iran per evitare che il conflitto degenerasse in una depressione economica globale. Ma questa ammissione non lo ha portato a presentare l’intesa come un passaggio diplomatico complesso. Al contrario, Trump ha insistito nel raccontarla come una vittoria totale degli Stati Uniti. Secondo il tycoon, Washington avrebbe sconfitto Teheran «in modo totale» e il memorandum d’intesa firmato «probabilmente equivale a una resa incondizionata».
Nel rivendicare la propria linea, Trump ha indicato il blocco navale imposto dagli Stati Uniti come la prova più evidente della sua capacità di comando. «Chi altro avrebbe potuto attuare un blocco simile? Io ho effettuato un blocco navale in cui nessuna nave è riuscita a passare», ha detto. Il punto politico è evidente: il presidente non vuole apparire come il leader costretto a fermarsi davanti al rischio di un disastro globale, ma come l’uomo che ha piegato l’Iran attraverso la forza e poi ha imposto le condizioni dell’accordo.
Il libro del New York Times e il documento sui dittatori
A rendere ancora più inquietante il quadro arriva il racconto contenuto in Regime Change, il nuovo libro dei giornalisti del New York Times Maggie Haberman e Jonathan Swan. Secondo quanto riportato, durante un’intervista rilasciata a marzo ai due cronisti, Trump avrebbe mostrato con orgoglio un documento nel quale si sosteneva che il suo potere fosse superiore a quello di alcuni dei leader più temuti e spietati della storia: Attila, Gengis Khan, Napoleone, Stalin, Mao e Hitler.
Il presidente americano avrebbe spiegato di aver ricevuto quel documento da «uno storico» durante un evento in onore del golfista Gary Player, membro della Hall of Fame. Poi avrebbe chiesto a un collaboratore di recuperarne una copia per mostrarla ai giornalisti. Nel testo, secondo il racconto del libro, si leggeva che quei leader, per quanto temibili nelle rispettive epoche, non disponevano di una vera portata globale: «Il loro potere era locale. Quello di Trump, invece, no».
È un episodio che si inserisce perfettamente nella rappresentazione che Trump offre di sé: non soltanto presidente degli Stati Uniti, ma figura capace di esercitare un’influenza mondiale superiore a quella dei grandi dominatori del passato. Una narrazione che, sul piano politico, alimenta il culto della personalità e rafforza l’immagine di un leader convinto di non dover rispondere ad alcun limite.
Il nuovo affondo contro Netanyahu
Nella stessa intervista ad Axios, Trump ha parlato anche di Benjamin Netanyahu, confermando un rapporto che resta essenziale sul piano strategico ma sempre più attraversato da tensioni personali e politiche. «Con Bibi è tutto normale ma lo dobbiamo mantenere sano di mente», ha detto il presidente americano. Una frase che conferma il tono paternalistico con cui Trump continua a descrivere il primo ministro israeliano, trattato come un alleato indispensabile ma anche come un leader da controllare.
Il commento arriva mentre il fronte mediorientale resta incandescente. Secondo quanto riportato dal Times of Israel, le Forze di Difesa Israeliane hanno effettuato raid aerei durante la notte in diverse aree del Libano meridionale, colpendo terroristi e infrastrutture di Hezbollah. Gli attacchi, secondo Israele, avrebbero risposto alle ripetute violazioni del cessate il fuoco da parte del gruppo sostenuto dall’Iran. L’agenzia di stampa statale libanese parla invece di almeno 16 morti nei raid israeliani.
Una leadership fondata sulla forza personale
Il filo che lega le dichiarazioni sull’Iran, il documento mostrato ai giornalisti del New York Times e la frase su Netanyahu è la stessa idea di potere. Trump continua a presentarsi come l’unico leader capace di imporsi sulla scena globale senza mediazioni, senza ripensamenti e senza limiti. Anche quando ammette di aver negoziato per evitare un collasso economico mondiale, trasforma la diplomazia in una prova di dominio. Anche quando parla degli alleati, li colloca dentro un rapporto gerarchico, mai realmente paritario.
Il risultato è una postura politica che può rassicurare il suo elettorato più fedele, ma che apre interrogativi pesanti sulla gestione delle crisi internazionali. Perché se un presidente sostiene che non esistono limiti al proprio potere e che non ha imparato alcuna lezione da una guerra sfiorata, il problema non riguarda soltanto il linguaggio. Riguarda il modo in cui gli Stati Uniti intendono esercitare la propria forza nel mondo, tra alleanze da tenere insieme, rivali da contenere e crisi che possono sfuggire di mano nel giro di poche ore.







