Giorgia Meloni attacca la giudice che ha rimesso in libertà Youssef Siher, ma il vero problema potrebbe trovarsi nelle carte depositate dalla Procura di Milano. Il ricercatore trentenne, indicato dagli investigatori come una figura centrale del «Movimento 17 ottobre», era stato fermato con un’accusa pesantissima: istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. Eppure, secondo una ricostruzione pubblicata dal Foglio, nella richiesta dei pubblici ministeri mancherebbe proprio l’elemento più importante: un messaggio nel quale Siher inviti esplicitamente qualcuno a compiere azioni violente.
Il caso nasce dalle indagini sulle proteste successive agli scontri del 17 ottobre a Milano. Gli investigatori attribuiscono al giovane la gestione di una rete digitale che comprende un canale Telegram arrivato a oltre 11mila iscritti. Secondo l’accusa, attraverso quelle piattaforme Siher avrebbe contribuito a organizzare nuove manifestazioni destinate a degenerare in devastazioni e saccheggi.
La Procura ha chiesto la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere. La gip ha però disposto la liberazione del ricercatore, provocando la reazione della presidente del Consiglio.
Le frasi contro Meloni diventano indizi di terrorismo
Uno degli elementi richiamati dai magistrati riguarda i contenuti pubblicati sulla pagina Instagram «Movimento 17 ottobre».
Tra i messaggi citati nell’atto della Procura compare una frase particolarmente aggressiva: «Lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove».
Un altro post afferma: «Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame».
La Procura considera questi contenuti parte del quadro accusatorio, mentre il Foglio contesta il passaggio dalle invettive politiche all’ipotesi di istigazione terroristica.
Le frasi esprimono un’opposizione radicale al governo e utilizzano un linguaggio provocatorio. Il punto controverso è se possano dimostrare anche la volontà di promuovere concretamente aggressioni, devastazioni o altre azioni criminali.
Secondo l’analisi degli atti riportata dal quotidiano, non emergerebbe un messaggio nel quale Siher ordini di colpire le forze dell’ordine, assaltare edifici o distruggere negozi.
Il manuale della «rivoluzione» e le istruzioni per proteggersi dai lacrimogeni
L’accusa attribuisce particolare importanza anche alla diffusione di un documento intitolato «Rivoluzione, istruzioni per l’uso», ispirato alle proteste egiziane del 2011.
I magistrati lo descrivono come un vademecum contenente indicazioni riconducibili alla guerriglia urbana. Ma nella stessa richiesta, secondo gli estratti esaminati dal Foglio, ne riassumono gli obiettivi principali: manifestare il dissenso, coinvolgere più persone possibile e proteggere i partecipanti.
Tra gli strumenti menzionati compaiono felpe con cappuccio, occhiali protettivi, kefiah e guanti, presentati come mezzi di protezione durante eventuali scontri e dall’esposizione ai lacrimogeni.
Per la Procura, il documento contribuirebbe a delineare un’organizzazione orientata verso manifestazioni potenzialmente violente. La lettura critica del Foglio è diversa: quelle indicazioni, almeno negli estratti riportati, non equivalgono a un ordine di aggredire qualcuno.
La distinzione è centrale perché l’indagine non riguarda soltanto l’organizzazione di proteste, ma un’ipotesi di reato aggravata dalla finalità terroristica.
Le minacce di devastazione le scrivono altri utenti del gruppo Telegram
Gli investigatori hanno individuato nel canale Telegram anche messaggi esplicitamente violenti. Alcuni iscritti proponevano di «spaccare gli istituti di credito», mandare «le banche tutte al rogo» o distruggere i ripetitori Rai.
Sono espressioni che prospettano atti criminali, ma, secondo la ricostruzione pubblicata, non risultano scritte direttamente da Siher.
I pubblici ministeri ritengono tuttavia che il ricercatore, continuando a gestire il gruppo senza prendere le distanze da quei messaggi e fornendo indicazioni organizzative, abbia contribuito a rafforzare i propositi degli utenti.
È uno dei passaggi più discussi dell’impianto accusatorio. L’amministrazione di un gruppo digitale può assumere rilievo nell’accertamento delle responsabilità, ma occorre stabilire quale contributo concreto il suo gestore abbia fornito agli eventuali progetti criminali degli iscritti.
Gli investigatori citano inoltre le indicazioni per comunicare i luoghi di ritrovo soltanto all’ultimo momento e gli inviti a cancellare gruppi e tracce digitali. Li interpretano come possibili strumenti per sottrarsi ai controlli e preparare disordini.
Anche su questo punto resta aperto il confronto tra le interpretazioni dell’accusa e la valutazione giudiziaria degli elementi raccolti.
La finalità terroristica e il collegamento con gli scontri del 17 ottobre
Il nodo più delicato riguarda l’ipotesi di terrorismo.
Secondo quanto ricostruito dal Foglio, la Procura collega la finalità terroristica al linguaggio utilizzato nei messaggi, ai precedenti disordini del 17 ottobre, alla rapida crescita della comunità digitale e al timore suscitato dalle violenze tra i commercianti.
Ma gli scontri del 17 ottobre precedono la creazione del gruppo Telegram al centro dell’indagine. Per attribuire a Siher una responsabilità nelle successive iniziative occorre dunque individuare un collegamento specifico tra la sua condotta e gli atti violenti che i magistrati temevano potessero verificarsi.
La paura generata dalle devastazioni precedenti costituisce un elemento del contesto, ma la controversia riguarda la possibilità di ricavarne una finalità terroristica riferibile personalmente al ricercatore.
La liberazione disposta dalla gip non chiude l’indagine né equivale a un’assoluzione. Segnala però che la richiesta di applicare la custodia cautelare in carcere non ha trovato accoglimento.
Meloni contro la gip, ma il confronto si sposta sulle prove della Procura
La reazione di Giorgia Meloni ha portato il caso sul terreno dello scontro politico con la magistratura. La ricostruzione degli atti apre però un altro fronte: quello della consistenza delle accuse formulate dagli inquirenti.
La Procura sostiene che Siher abbia avuto un ruolo organizzativo in un movimento digitale potenzialmente capace di alimentare nuove violenze. L’analisi del Foglio mette invece in discussione la possibilità di dimostrare, attraverso i messaggi citati, un’effettiva istigazione a commettere reati con finalità terroristiche.
Sono due valutazioni diverse degli stessi elementi, destinate a confrontarsi nelle successive fasi del procedimento.
Per il momento, il dato giudiziario è la mancata convalida della misura richiesta e la liberazione del trentenne. Il punto sul quale si concentrerà il confronto non è quanto fossero duri gli slogan contro il governo, ma se gli investigatori abbiano raccolto prove sufficienti per sostenere un’accusa di terrorismo.







