Ex Ilva: la Cassazione conferma lo stop definitivo all’area a caldo

Le Sezioni unite civili della Corte di Cassazione hanno confermato in modo definitivo l’ordine di spegnimento e il blocco delle attività dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico ex Ilva di Taranto. I giudici di legittimità hanno rigettato i ricorsi straordinari presentati da Ilva e da Acciaierie d’Italia S.p.A. – Acciaierie d’Italia Holding, i quali puntavano a ottenere l’annullamento del provvedimento di blocco.

Si chiude una vicenda giudiziaria durata anni, in molteplici gradi di giudizio e sedi giurisdizionali. A sostegno del provvedimento di chiusura si sono costituiti i cittadini di Taranto per chiedere la conferma dello stop. Alla base della decisione della Corte d’Appello vi è il giudizio sulla pericolosità dell’impianto industriale per la salute umana, determinato in particolare da due fattori critici: l’emissione di polveri sottili e la presenza di amianto negli altiforni dello stabilimento.

Ricorsi aziendali giudicati inammissibili

Nel tentare di annullare la fermata, le società Ilva e Acciaierie d’Italia avevano formulato diverse contestazioni tecniche ai provvedimenti disposti dai tribunali. Le società chiedevano valutazione nel merito dei risultati dello studio di Valutazione di impatto sanitario e del parere favorevole dell’Istituto superiore di Sanità che aveva supportato il rilascio dell’Autorizzazione di impatto ambientale 2025.

Come pure la mancata indicazione dei diversi e ulteriori limiti di sicurezza a cui ricondurre le emissioni di polveri. E per ultimo il fatto che i giudici avessero parametrato la valutazione sul livello di produzione massima autorizzata, pari a 6 milioni di tonnellate all’anno, anziché sui volumi produttivi attuali, di molto inferiori.

La Suprema Corte ha tuttavia dichiarato tutti questi motivi inammissibili per difetto di interesse. La ragione giuridica risiede nella struttura stessa della decisione della Corte d’Appello: i giudici milanesi avevano infatti posto a fondamento dell’inibitoria collettiva due motivazioni autonome e distinte (l’amianto e le polveri sottili), ciascuna di per sé sufficiente a giustificare la fermata degli impianti. Di conseguenza, una volta confermata la fondatezza e l’inammissibilità dei ricorsi rispetto alla questione dell’amianto, l’ordine di spegnimento rimane solido e confermato, prescindendo dall’esito delle doglianze relative alle sole polveri sottili.

Il nuovo quadro normativo europeo e le evidenze scientifiche

A rafforzamento del quadro motivazionale, la Cassazione ha richiamato la recente Direttiva Ue 2024/2881 del 23 ottobre 2024 relativa alla qualità dell’aria ambiente, recependone la rilevanza prima del termine formale di recepimento fissato per l’11 dicembre 2026. La direttiva introduce limiti ancora più stringenti per il particolato (PM10 e PM2,5), allineandosi direttamente alle linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità, sulle quali si era già basato il parere negativo espresso dall’Istituto superiore di Sanità il 30 luglio 2024.

La Corte ha infine richiamato l’ampia letteratura scientifica sugli inquinanti atmosferici, sottolineando come sostanze quali biossido di zolfo, ossidi di azoto, particolato (PM10 e PM2,5), benzene, monossido di carbonio, arsenico, cadmio, piombo, nichel, idrocarburi policiclici aromatici e ozono siano direttamente collegate a gravi patologie non trasmissibili, al peggioramento delle condizioni di salute della popolazione e all’aumento della mortalità.

Una fabbrica al minimo: i numeri della crisi

A Taranto la produzione è ridotta ai minimi termini. Il gruppo ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, è una società che da febbraio 2024 è in amministrazione straordinaria. Attualmente, lo stabilimento opera con un solo altoforno attivo, l’AFO 2, producendo appena 2 milioni di tonnellate di acciaio all’anno. L’ex Ilva ha 10mila dipendenti diretti, 8mila circa dei quali a Taranto. Gli stop prolungati di operatività e produzione hanno reso necessario un ricorso massiccio alla cassa integrazione.