Non bastano i 7,63 miliardi promessi dal Governo. Il percorso verso il federalismo fiscale in Italia sembra essere in dirittura d’arrivo, ma il terreno si fa sempre più scosceso. Il Consiglio dei ministri è chiamato a esaminare il decreto legislativo attuativo sui tributi proprio in queste ore. E la pressione per rispettare la scadenza della delega fiscale – fissata per il 29 agosto 2026 – è massima. Il testo attuale è il risultato di un profondo rimaneggiamento di una prima versione licenziata dal Governo il 9 maggio 2025. La riforma è rimasta congelata per oltre quindici mesi a causa della mancata intesa con gli enti territoriali.
Nonostante l’improvvisa accelerazione, il provvedimento si scontra con un ostacolo politico e tecnico di non poco conto: il parere contrario espresso ieri in Conferenza Unificata da Regioni, Comuni e Province. Sebbene il governo possa procedere anche senza l’intesa attraverso una delibera motivata del Consiglio dei ministri, il mancato accordo rappresenta un segnale di forte criticità su quello che dovrebbe essere il cuore della riforma.
Il modello a costo zero
Il fulcro del contendere risiede nel meccanismo finanziario scelto per attuare il passaggio dai trasferimenti statali all’autonomia di entrata. Il ministro per gli Affari Regionali e le Autonomie, Roberto Calderoli, ha definito l’operazione come una complessa «quadratura del cerchio» volta a coniugare autonomia finanziaria ed equilibrio di bilancio, con l’obiettivo imperativo di non aumentare la pressione fiscale complessiva.
Secondo i modelli federalisti teorici, gli enti territoriali non dovrebbero più dipendere da trasferimenti gerarchici dal centro, ma «compartecipare» direttamente alle entrate erariali. Tuttavia, il decreto introduce una variante definita “a costo zero”: agli enti vengono assegnate quote di Irpef di valore pari ai trasferimenti che vengono contestualmente cancellati. Questo valore assoluto viene predefinito e fissato nel tempo. Una scelta dettata dalla necessità di non gravare sui conti pubblici statali, che non potrebbero permettersi di rinunciare a quote di gettito future senza coperture certe.
Il nodo dei trasferimenti
È proprio questo carattere “statico” delle compartecipazioni a scatenare la rivolta degli enti locali. Le Regioni e i Comuni chiedevano infatti compartecipazioni «dinamiche», ovvero quote che possano crescere in proporzione all’aumento dell’imponibile Irpef nel tempo. Senza questo meccanismo, gli enti territoriali sostengono che la riforma non sia altro che un «arretramento sostanziale».
Nel documento approvato dalle Regioni, si legge che le nuove compartecipazioni, così concepite, finirebbero per configurarsi come “meri trasferimenti statali «mascherati»“. Privando il federalismo della sua anima propulsiva.
In pratica, se l’economia cresce e il gettito Irpef aumenta, il surplus rimarrebbe nelle casse dello Stato. Le Regioni, invece, resterebbero vincolate a una cifra fissa. Calderoli ha giustificato questa scelta ricorrendo a una metafora popolare: «La polenta si fa con la farina che hai a disposizione», ammettendo implicitamente che le risorse per un federalismo più generoso non sono attualmente disponibili.
La geografia del “No” e le fratture politiche
Il rifiuto espresso in Conferenza Unificata non è stato solo tecnico, ma ha assunto una chiara connotazione politica. Le Regioni si sono divise: mentre le amministrazioni di centrodestra hanno dato parere favorevole, il fronte del “no” è stato guidato da Campania, Emilia-Romagna, Puglia, Toscana e Sardegna. Questa spaccatura ha impedito il raggiungimento dell’unanimità necessaria per l’intesa.
Oltre alla questione della dinamicità, le Regioni lamentano un «metodo di lavoro molto critico», sottolineando come il testo sia stato cambiato due volte nell’arco di una sola settimana dopo oltre un anno di silenzio. Le Province e i Comuni si sono uniti al coro di proteste, vedendo nell’attuale impostazione una minaccia alla propria autonomia di spesa e di programmazione.
I numeri della riforma: Chi riceve cosa
Il decreto delinea una precisa redistribuzione delle risorse, seppur all’interno del perimetro dell’invarianza finanziaria. Alle Regioni viene attribuita una compartecipazione Irpef da 5,828 miliardi di euro. Questa cifra andrà a sostituire fondi cruciali come il fondo nazionale per il trasporto pubblico locale (5,259 miliardi), la quota non sanitaria della compartecipazione IVA (424 milioni), le risorse per i libri di testo gratuiti (110 milioni) e il fondo unico per il diritto allo studio (34 milioni).
Le Province
Alle Province viene destinata una quota di Irpef da 1,802 miliardi complessivi per il 2027 che salirà a 2,111 miliardi nel 2030. Questo incremento è previsto per compensare la statalizzazione dell’addizionale sull’Rc auto, che non verrà cancellata ma incassata centralmente dallo Stato.
I Comuni
La nota più dolente riguarda i Comuni che per ora rimarranno a bocca asciutta. Il decreto non prevede infatti compartecipazioni Irpef dirette per i municipi, ma rimanda la questione a un futuro «tavolo tecnico per la fiscalizzazione dei trasferimenti». I sindaci esprimono particolare preoccupazione per il futuro del fondo trasporti (circa 2,6 miliardi di euro gestiti tramite le Regioni), temendo che il nuovo sistema possa far perdere i vincoli di destinazione di queste risorse.
I capitoli dimenticati: evasione e banche dati
Le critiche dei governatori non si limitano ai saldi monetari. Il documento delle Regioni evidenzia come il testo lasci fuori capitoli fondamentali della delega fiscale originaria. Tra questi, spicca la mancata attribuzione ai territori del gettito recuperato dalla lotta all’evasione fiscale sulle compartecipazioni (specialmente sull’Iva).
Senza questo incentivo, sostengono gli Enti locali, viene meno uno dei principi cardine del federalismo: la responsabilità dell’ente locale nel monitorare e migliorare la fedeltà fiscale sul proprio territorio.
Inoltre, viene segnalata la mancanza di passi avanti sull’interoperabilità delle banche dati tra Stato ed enti territoriali e sulla partecipazione attiva delle Regioni agli indirizzi di politica fiscale nazionale. Questi elementi, avvertono gli enti locali, sono essenziali per il rispetto dell’articolo 119 della Costituzione, che garantisce l’autonomia di entrata e di spesa.
Chi teme che i vincoli di bilancio rimarranno un freno insuperabile vede con scetticismo la promessa del Governo di una rivisitazione della riforma nel 2028.
L’iter della riforma non si ferma nonostante il “no” delle autonomie locali. Il governo sembra intenzionato a forzare i tempi per portare a casa un risultato che ha un’alta caratura politica, specialmente per la Lega, che considera il federalismo una propria bandiera identitaria.
Il passaggio odierno in Consiglio dei Ministri segna l’inizio di uno sprint parlamentare per ottenere i pareri delle commissioni entro i primi di agosto. Se il cronoprogramma sarà rispettato, il via libera finale potrebbe arrivare già nel Consiglio dei ministri del 4 agosto.







