Donald Trump continua a colpire l’Italia come se fossimo il punching ball sistemato nell’angolo dello Studio Ovale, e Roma sceglie di non togliersi i guantoni bianchi della diplomazia. Il presidente americano ha rincarato la dose contro il nostro Paese con una frase che, detta da qualunque altro leader occidentale, avrebbe acceso una crisi immediata: «L’Italia si è comportata molto male». Poi ha allargato il bersaglio agli altri alleati Nato, accusandoli di non esserci stati per gli Stati Uniti dopo che Washington avrebbe speso «miliardi di dollari per loro». Germania e Gran Bretagna sono finite nello stesso pacchetto, ma per Palazzo Chigi il problema resta tutto italiano: come si risponde a un presidente americano che tratta un alleato storico come uno scolaretto da mettere dietro la lavagna?
Trump alza ancora il tiro contro l’Italia
L’attacco dallo Studio Ovale arriva dopo giorni di tensione e dopo le parole già pesantissime rivolte a Giorgia Meloni. Trump non arretra, non corregge, non si scusa. Al contrario, rilancia e trasforma la polemica personale in un’accusa politica contro Roma. Nel suo racconto, l’Italia non avrebbe sostenuto gli Stati Uniti sulla guerra contro l’Iran e avrebbe quindi tradito, o comunque deluso, le aspettative dell’alleato americano. La formula è quella tipica del trumpismo: frasi secche, giudizi brutali, nessuna sfumatura, nessuna preoccupazione per il danno diplomatico. Il punto non consiste nel convincere, ma nel dominare la scena. Trump parla, gli altri spiegano, se Trump attacca, gli altri misurano le parole. Trump schiaffeggia, gli altri convocano riunioni per decidere se sia più prudente far finta di niente.
Meloni sceglie l’ironia e prova a chiudere il caso
Giorgia Meloni, nel chiuso del Consiglio dei ministri, ha scelto un tono quasi leggero per disinnescare l’ennesima mina americana. «Avrete letto del mio scambio amichevole con Trump», avrebbe detto ai ministri, prima di chiarire che per lei la vicenda può considerarsi chiusa. La premier non vuole trasformare l’attacco del presidente americano in una guerra diplomatica, anche perché il governo considera ancora essenziale il rapporto con Washington sul piano militare, economico e strategico. Prima della riunione, Meloni ne ha parlato con Antonio Tajani e Matteo Salvini, fissando la linea: niente rappresaglie, niente boicottaggi, niente gesti plateali. Il governo continuerà a coltivare i rapporti con l’ambasciata americana, parteciperà alla festa dell’Independence Day a Villa Taverna e terrà aperti i dossier già avviati, compreso quello sui minerali critici e sulle terre rare.
La diplomazia protegge gli interessi, ma non può cancellare gli schiaffi
La scelta di Palazzo Chigi ha una sua logica. Gli Stati Uniti restano il principale alleato dell’Italia e aprire una crisi con Washington a pochi giorni dal vertice Nato di Ankara del 7 luglio significherebbe complicare un quadro internazionale già abbastanza esplosivo. Nessuno può seriamente proporre di boicottare l’America per una frase sgradevole di Trump, anche perché gli scambi economici, le relazioni militari, la cooperazione industriale e la sicurezza pesano più dell’orgoglio ferito. Tuttavia la prudenza non deve trasformarsi in anestesia. Se un alleato ti accusa pubblicamente di esserti comportato «molto male», ti umilia davanti al mondo e poi pretende che tutto prosegua come se nulla fosse, il problema non riguarda soltanto il protocollo. Riguarda la dignità politica di un Paese che non può permettersi di diventare il bersaglio gratuito di ogni sfogo elettorale del presidente americano.
Con Trump la linea morbida rischia di incoraggiare altri colpi
Il punto più delicato riguarda proprio la natura dell’interlocutore. Trump non interpreta la politica internazionale come un esercizio di equilibrio, ma come un’arena in cui qualcuno vince e qualcuno perde. Se l’altro arretra, lui avanza, se l’altro minimizza, lui incassa. Se l’altro sorride dopo uno schiaffo, lui tende a pensare che lo schiaffo abbia funzionato. Per questo la linea morbida può evitare una crisi nel breve periodo, ma rischia di alimentare nuove provocazioni nel medio. Meloni sta provando a comportarsi da leader responsabile: non vuole compromettere i rapporti tra Italia e Stati Uniti, non vuole regalare a Trump una polemica più grande, non vuole arrivare alla Nato con una frattura aperta. Ma la responsabilità, con un bullo politico, funziona soltanto se contiene anche un limite visibile. Altrimenti l’altro non vede diplomazia. Vede spazio per continuare.
Il vertice Nato di Ankara e la partita della dignità italiana
Palazzo Chigi punta ad arrivare al vertice Nato senza trascinarsi dietro una crisi con Washington. L’ambasciatore americano Tillman Fertitta ha provato a ricucire, spiegando che tra due leader possono esserci momenti di disaccordo ma che il rapporto tra Italia e Stati Uniti resta una partnership di cooperazione. È il linguaggio classico delle ambasciate quando bisogna mettere acqua sul fuoco. Il problema è che Trump continua a girare con la tanica di benzina. Roma può anche decidere di non reagire a ogni provocazione, ma prima o poi dovrà far capire che l’alleanza non autorizza il dileggio e che la lealtà tra partner non funziona a senso unico. La linea morbida può essere una strategia, non una condizione permanente. Perché se l’Italia incassa sempre, il rischio non è soltanto apparire prudente. Il rischio è sembrare disponibile a farsi colpire ancora.







