Cento miliardi di dollari da restituire con urgenza alle imprese importatrici. È questo il salatissimo conto che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha presentato alla Casa Bianca, azzerando le tariffe doganali introdotte da Donald Trump dopo il “Liberation Day” dell’aprile 2025. Un colpo durissimo alla politica commerciale del presidente americano: i giudici hanno giudicato infondato il ricorso all’International Emergency Economic Power Act (IEEPA) del 1977, stabilendo che la norma consente di regolamentare i flussi commerciali nelle emergenze nazionali, ma non di applicare tariffe unilaterali. La conseguenza diretta è stata un’unica direttiva tassativa: restituire ogni singolo dollaro incassato illegittimamente.
I numeri del rimborso e le tensioni con il Tesoro
Nonostante la furia di Donald Trump e i moniti del Segretario al Tesoro, Scott Bessent – che pronosticava anni di estenuanti battaglie legali -, il meccanismo dei risarcimenti sta viaggiando a ritmi serrati. I dati ufficiali forniti dalla Customs and Border Protection e depositati presso la Corte del Commercio Internazionale tracciano un quadro chiaro: le richieste di rimborso hanno superato quota 252 mila, presentate da un bacino di oltre 25 milioni di importatori. Il sistema ha già validato domande per circa 129 miliardi di dollari. Di questi, oltre 100 miliardi sono stati certificati e trasmessi al Dipartimento del Tesoro per la liquidazione immediata, coprendo già il 60% dei quasi 166 miliardi complessivi introitati dal governo statunitense sulla base della legge bocciata.
Le mosse dei colossi: dalle decisioni di Amazon al caso Nintendo
I primi risarcimenti milionari sono già arrivati nelle casse delle grandi multinazionali, scatenando reazioni opposte nell’impiego di queste risorse. Amazon, dopo aver incassato 600 milioni di dollari nel solo secondo trimestre, ha annunciato di voler restituire una parte dei rimborso ai consumatori, anche per spegnere le polemiche e le azioni legali dei clienti che accusavano Jeff Bezos di aver ritardato le procedure per non entrare in rotta di collisione con la Casa Bianca. Diverso è il comportamento del colosso giapponese dei videogiochi Nintendo, che ha inserito i fondi ottenuti dall’amministrazione USA tra i fattori chiave che hanno spinto l’utile netto trimestrale a circa 803 milioni di euro. A differenza del gigante dell’e-commerce, la società di Kyoto non intende girare alcun beneficio ai clienti finali, nonostante i rincari subiti dai consumatori nei mesi scorsi, liquidando le class action promosse dagli utenti come prive di fondamento.
Le falle del sistema: PMI e piccole imprese escluse
Nonostante la rapidità dei rimborsi, il sistema presenta ancora marcate sperequazioni. Le norme della Customs and Border Protection consentono infatti l’accesso al portale delle restituzioni ai soli importatori registrati. Di conseguenza, migliaia di piccole e medie imprese che non acquistano direttamente dall’estero, ma che hanno subito a cascata il peso dei dazi sui prezzi finali, restano tagliate fuori da qualsiasi indennizzo. Per tutelare le realtà minori, la società californiana Freestyle World sta tentando di promuovere una class action collettiva, anche se la strada si preannuncia in salita data l’opposizione di Washington sulla scadenza dei termini legali. La partita per azzerare gli effetti dei dazi IEEPA resta apertissima, considerando che a pagarli sono stati complessivamente oltre 330 mila importatori.







