Beppe Grillo torna a parlare del Movimento 5 Stelle e lo fa con un intervento che somiglia più a un atto d’accusa che a una riflessione nostalgica. Dopo mesi di silenzio, il fondatore sceglie il proprio blog per mettere sotto processo il nuovo corso guidato da Giuseppe Conte e pronuncia una sentenza durissima: il M5S ha smarrito la propria identità, ha rinunciato alla diversità che lo aveva reso unico e ha finito per assomigliare proprio a quella politica che prometteva di abbattere.
«Era nato per cambiare la politica ma poi la politica ha cambiato il Movimento», scrive Grillo nel lungo post intitolato Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni. Una frase che colpisce direttamente la trasformazione dei Cinque Stelle da forza antisistema a partito stabilmente inserito nelle dinamiche parlamentari, nelle alleanze e nelle trattative di potere. Il bersaglio non viene mai indicato esplicitamente con nome e cognome, ma il riferimento alla gestione contiana risulta evidente.
«Doveva ascoltare i cittadini, ora ascolta i sondaggi»
Grillo costruisce la propria requisitoria attraverso una serie di contrapposizioni che condensano il senso della rottura. «Doveva ascoltare i cittadini e ha cominciato ad ascoltare i sondaggi. Doveva occuparsi del futuro e ha finito per occuparsi delle poltrone», scrive. Il Movimento, secondo il suo fondatore, ha progressivamente sostituito la partecipazione con il calcolo elettorale, la visione con la gestione del consenso e la spinta rivoluzionaria con la sopravvivenza dentro i palazzi.
La critica non riguarda soltanto il posizionamento politico, ma investe la natura stessa del progetto nato attorno ai V-Day, alla rete e alla promessa di aprire il Parlamento «come una scatoletta di tonno». Quel sentimento popolare, sostiene Grillo, non è scomparso. Continua a esistere fuori dai partiti e lontano dalle istituzioni, ma chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo.
«Il Movimento era nato da un sentimento popolare che continua a esistere, anche se chi avrebbe dovuto rappresentarlo ha smesso di ascoltarlo», accusa. Per il fondatore, quindi, non è fallita la domanda di cambiamento. Ha fallito chi l’ha raccolta, trasformata in consenso e poi progressivamente abbandonata.
Le battaglie finite «dopo il buffet»
Grillo rivendica le parole d’ordine della prima stagione pentastellata: redistribuzione del reddito, rinnovamento della classe dirigente, partecipazione diretta dei cittadini e programmazione del futuro. Ricorda il reddito di cittadinanza, il limite dei due mandati, le restituzioni degli stipendi, la democrazia diretta e la transizione ecologica. Tutti temi che avevano costruito l’identità del Movimento e ne avevano alimentato l’ascesa.
Nel tempo, però, quelle battaglie avrebbero perso sostanza. «Sono diventate slogan da pronunciare nei convegni e dimenticate dopo il buffet», scrive Grillo con una delle immagini più taglienti del post. La frase contiene un’accusa precisa: il M5S avrebbe conservato il vocabolario delle origini, ma ne avrebbe svuotato il significato, trasformando le promesse in formule rituali buone per i congressi e le interviste.
Il riferimento al limite dei due mandati pesa più degli altri. Proprio su questa regola, simbolo dell’antipolitica delle origini, Grillo e Conte hanno combattuto una delle battaglie più dure degli ultimi anni. Il fondatore la considera un argine contro la trasformazione degli eletti in professionisti della politica; il leader del Movimento ha progressivamente aperto a una revisione, rivendicando la necessità di non disperdere esperienza e competenze.
L’attacco al modello occidentale
Il post va oltre il regolamento di conti interno e prova a ricollocare la crisi del Movimento dentro una crisi più vasta. Grillo descrive un modello occidentale fondato formalmente sulla democrazia e sui diritti, ma sempre più dominato dal capitalismo e incapace di rispondere alle paure dei cittadini.
«Le domande sono rimaste, le risposte sono scomparse», osserva. Il disagio sociale, l’immigrazione priva di governo e integrazione, la precarietà, la perdita di identità e la sensazione di non contare più nulla alimentano una frattura che la politica, secondo Grillo, preferisce sfruttare invece di curare.
Il fondatore mette in guardia dal rischio che la paura spinga una parte crescente della società verso soluzioni autoritarie. «Quando la democrazia smette di rispondere, arriva qualcuno che promette di farlo al suo posto», scrive. E aggiunge: «A volte indossa una divisa, altre volte controlla un algoritmo». La minaccia, quindi, non arriva soltanto dai vecchi autoritarismi, ma anche dalle nuove forme di controllo digitale e dalla concentrazione del potere tecnologico.
Il programma dovrebbe ripartire dall’ascolto
Grillo indica anche la strada che, a suo giudizio, il Movimento avrebbe dovuto seguire e potrebbe ancora recuperare: tornare ad ascoltare. Non i sondaggi, non i gruppi parlamentari, non le correnti, ma le domande concrete che arrivano dalla società.
Sicurezza, salute, equità, partecipazione e identità rappresentano i temi sui quali costruire una nuova proposta. A questi aggiunge l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro, sulla sanità, sulla privacy e sulla sicurezza dei dati personali. «Servono risposte chiare e che guardino oltre il prossimo sondaggio», avverte.
Il passaggio suona come una bocciatura della strategia di Conte, accusato implicitamente di muoversi dentro un orizzonte troppo corto, dominato dalle alleanze, dalle elezioni regionali e dal rapporto con il Partito democratico. Per Grillo, il Movimento non dovrebbe chiedersi come migliorare di qualche punto nei sondaggi, ma quale società costruire nei prossimi decenni.
La rete tradita e la democrazia ridotta a delega
Nel suo intervento torna anche uno dei temi fondativi del grillismo: la rete come strumento di partecipazione politica. Grillo sottolinea il paradosso di una tecnologia che consente a milioni di persone di comunicare e votare in pochi secondi, mentre le democrazie continuano ad affidare quasi ogni decisione a rappresentanti eletti una volta ogni cinque anni.
Quei rappresentanti, denuncia, finiscono per rispondere ai partiti, alle correnti e infine alla propria sopravvivenza politica. «La delega diventa una cambiale in bianco per cinque anni», scrive. La tecnologia, invece, potrebbe permettere un controllo continuo sulle decisioni e limitare il potere degli eletti senza eliminare la rappresentanza.
È un ritorno netto alla visione originaria del Movimento, quella della piattaforma digitale, delle consultazioni online e della partecipazione permanente. Una visione che negli anni si è progressivamente scontrata con le esigenze organizzative, con i limiti tecnici e con la trasformazione del M5S in una forza di governo.
Il messaggio a Conte: il Movimento pensa solo a se stesso
Il passaggio finale contiene la stoccata più politica. «Il Movimento era nato per affrontare tutte queste domande, poi ha cominciato a occuparsi di se stesso», scrive Grillo. È l’accusa rivolta a un partito che, invece di cercare risposte per il Paese, avrebbe concentrato energie sulla propria struttura, sulla leadership, sulle regole interne e sulle alleanze.
La frattura con Conte appare ormai completa. Il leader del M5S ha costruito negli ultimi anni un partito più tradizionale, con un presidente forte, una linea politica definita e una collocazione progressista. Grillo continua invece a rivendicare un Movimento fluido, radicale, antisistema e fondato sulla partecipazione diretta.
«Le domande non sono scomparse», conclude. «Sono ancora fuori dai palazzi e aspettano qualcuno che provi a rispondere». Una frase che suona insieme come un epitaffio per il vecchio M5S e come l’annuncio che quello spazio politico resta aperto. Il fondatore non dice chi dovrebbe occuparlo, ma il messaggio al gruppo dirigente risulta inequivocabile: il Movimento nato per cambiare tutto, a suo giudizio, ha finito per cambiare soltanto se stesso.







