Il governo Meloni incassa una clamorosa retromarcia sulla presidenza dell’Autorità nazionale anticorruzione (Anac). Trifone «Nuccio» Altieri ha infatti ritirato la propria disponibilità a guidare l’organismo chiamato a vigilare sugli appalti pubblici e sulla correttezza delle procedure adottate dalle amministrazioni. La decisione è arrivata appena ventiquattr’ore dopo la designazione da parte del Consiglio dei ministri, al termine di una giornata di polemiche politiche e dopo l’emergere di possibili profili di incompatibilità con l’incarico.
A determinare il passo indietro è stata soprattutto la norma che impedisce di nominare ai vertici dell’Anac persone che abbiano ricoperto cariche nei partiti politici nei tre anni precedenti alla nomina. Una disposizione che ha acceso i riflettori sul ruolo ricoperto da Altieri nella Lega e che ha messo in difficoltà il governo, già alle prese con la contrarietà compatta delle opposizioni.
In una nota, l’ex deputato ha spiegato di aver maturato la decisione dopo essersi confrontato con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e con i vicepresidenti Matteo Salvini e Antonio Tajani.
«Pur possedendo i requisiti e le competenze necessari per ricoprire l’incarico, dopo essermi confrontato con il presidente Meloni e i vicepresidenti Salvini e Tajani, ho deciso, per ragioni di opportunità politica, istituzionale e personale, di ritirare la mia disponibilità», ha dichiarato Altieri, dicendosi anche dispiaciuto per gli attacchi mediatici e le polemiche che hanno accompagnato la scelta.
Palazzo Chigi ha preso atto della rinuncia, ringraziando Altieri e apprezzando le valutazioni di opportunità politica e istituzionale che hanno portato alla decisione.
Il caso dell’incompatibilità: l’incarico nella Lega e la norma dei tre anni
La vicenda è esplosa dopo che Repubblica ha sollevato un possibile problema di incompatibilità previsto dalla normativa che disciplina la composizione dell’Anac.
Il riferimento è all’articolo 13, comma 3, del decreto legislativo 150 del 27 ottobre 2009, che stabilisce l’impossibilità di nominare alla presidenza e tra i componenti dell’Autorità persone che ricoprano cariche nei partiti politici o che le abbiano ricoperte nei tre anni precedenti. La disposizione prevede inoltre che i vertici dell’organismo non debbano avere interessi di qualsiasi natura in conflitto con le funzioni dell’Autorità.
Il problema riguarda un comunicato ufficiale diffuso dalla Lega il 18 settembre 2024, nel quale veniva annunciata la riorganizzazione dei 31 dipartimenti nazionali del partito. Alla riunione, negli uffici della Lega alla Camera, erano presenti Matteo Salvini e Armando Siri. Nell’elenco dei responsabili compariva anche Nuccio Altieri, indicato come responsabile del dipartimento Difesa.
Da quella designazione sono trascorsi soltanto due anni, un periodo inferiore ai tre previsti dalla normativa.
Di fronte alle contestazioni, ambienti della Lega hanno sostenuto che Altieri non avrebbe mai effettivamente assunto l’incarico. Una ricostruzione che, tuttavia, lascia aperti diversi interrogativi: la nomina era stata annunciata ufficialmente, non risulta una comunicazione pubblica della sua revoca e, anche nei mesi successivi, alcuni articoli di stampa continuavano a indicarlo come responsabile del dipartimento Difesa.
È proprio questo elemento ad aver trasformato la designazione in un caso politico e istituzionale, mettendo in discussione l’opportunità di affidare la guida dell’Autorità a una figura che fino a poco tempo prima risultava inserita nell’organizzazione di uno dei partiti di governo.
Da Forza Italia alla Lega: la carriera politica di Altieri
Altieri è un politico di professione. Deputato eletto con Forza Italia, è stato a lungo vicino a Raffaele Fitto, che ha seguito nella formazione di Direzione Italia. Successivamente ha lasciato quel percorso politico per avvicinarsi alla Lega, interrompendo un sodalizio che sembrava consolidato.
Nel 2018 ha tentato la riconferma politica candidandosi nel collegio di Monopoli, in Puglia, senza riuscire a ottenere l’elezione. Due anni dopo il suo nome è tornato al centro delle strategie del Carroccio per le elezioni regionali pugliesi.
Secondo le ricostruzioni circolate negli ambienti politici, Fitto avrebbe deciso di candidarsi alla presidenza della Regione anche per impedire ad Altieri di correre. Alla fine la competizione si è conclusa con la vittoria di Michele Emiliano.
Nel frattempo Altieri ha consolidato i rapporti con Matteo Salvini e con Roberto Marti, parlamentare leghista pugliese particolarmente attivo sui temi dei trasporti.
Legami politici che hanno alimentato le perplessità delle opposizioni, soprattutto considerando che l’Anac è chiamata a esercitare controlli anche sulle procedure di affidamento che coinvolgono amministrazioni e ministeri guidati dagli stessi partiti della maggioranza.
Da Invimit a Leonardo e Fincantieri: gli incarichi istituzionali e industriali
Nel dicembre 2018, durante il primo governo Conte, Altieri ha ottenuto la presidenza di Invimit, la società del ministero dell’Economia che si occupa della valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico.
Con l’arrivo del governo Meloni è arrivato un nuovo incarico: il suo ingresso nel consiglio di amministrazione di Leonardo, il gruppo industriale italiano attivo nei settori dell’aerospazio e della difesa.
Successivamente è emerso anche un ulteriore profilo di possibile conflitto di interessi, sollevato dalle opposizioni: Altieri presiede Fincantieri Infrastrutture, società pubblica che opera in un settore direttamente coinvolto nella realizzazione di opere e nella gestione di appalti.
Da qui la domanda posta da Angelo Bonelli: «Il controllore che viene dal controllato?».
La questione riguarda la natura stessa delle funzioni dell’Anac, che deve garantire trasparenza, concorrenza e correttezza nelle procedure di affidamento dei contratti pubblici. La presenza alla guida dell’Autorità di una figura con incarichi in realtà industriali coinvolte nel settore degli appalti avrebbe inevitabilmente richiesto un approfondimento sui possibili conflitti di interesse.
Il precedente scontro con l’Anac di Busia: concessioni autostradali e Ponte sullo Stretto
La designazione di Altieri era arrivata in un momento particolarmente delicato nei rapporti tra il governo Meloni e l’Autorità nazionale anticorruzione.
Durante la presidenza di Giuseppe Busia, l’Anac ha più volte sollevato obiezioni sulle decisioni dell’esecutivo in materia di appalti e concessioni pubbliche.
Tra i dossier più delicati figurano le proroghe delle concessioni autostradali. L’Autorità ha contestato al governo e al Parlamento il mancato rispetto degli obblighi che impongono ai concessionari, in assenza di gare europee, di affidare all’esterno attraverso procedure trasparenti una quota compresa tra il 50 e il 60 per cento di lavori, servizi e forniture.
Un tema particolarmente sensibile per il ministero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini.
Tra gli interventi più contestati dall’esecutivo figurano anche le osservazioni dell’Anac sul progetto del Ponte sullo Stretto di Messina, una delle opere simbolo della strategia politica del leader leghista.
Busia ha sollevato dubbi sul percorso amministrativo dell’infrastruttura, richiamando l’attenzione sui possibili sprechi e sui vantaggi eccessivi per i soggetti privati coinvolti.
L’Autorità ha inoltre acceso i riflettori su alcune operazioni commerciali e sponsorizzazioni di festival ed eventi riconducibili all’Enit durante la gestione della ministra del Turismo Daniela Santanchè.
Le contestazioni non si sono fermate qui. Busia si è opposto all’abolizione del reato di abuso d’ufficio, ha richiamato l’attenzione sui rischi dei conflitti di interesse e ha criticato alcuni aspetti della riforma degli appalti.
Secondo l’Anac, un’eccessiva semplificazione delle procedure, insieme all’aumento delle deroghe e degli affidamenti diretti, rischia di ridurre la concorrenza e indebolire i controlli sulla spesa pubblica.
Le opposizioni all’attacco: «Hanno ucciso l’Anac»
La designazione di Altieri aveva provocato immediate reazioni tra le forze di opposizione. «Hanno ucciso l’Anac», aveva attaccato Angelo Bonelli, esponente di Alleanza Verdi e Sinistra.
Dura anche la posizione di Enza Rando, responsabile Legalità del Partito democratico, che aveva definito la decisione «irresponsabile e gravissima».
Giuseppe Conte aveva parlato di una «scelta grave». I capigruppo di Pd, Movimento 5 Stelle, Avs, Italia Viva, +Europa e Azione avevano inoltre scritto congiuntamente a Giorgia Meloni chiedendo il ritiro della designazione e l’apertura di un confronto istituzionale per individuare una figura di «alto e indiscusso profilo istituzionale».
Le opposizioni avevano ribadito che l’Anac «non è un’estensione dell’esecutivo, né un terreno di spartizione della maggioranza», sottolineando la necessità di preservare l’indipendenza dell’organismo anche nei rapporti con le istituzioni europee.
La rinuncia dopo appena 24 ore: decisivo anche il mancato sostegno delle opposizioni
A pesare sulla decisione finale non è stata soltanto la questione dell’incompatibilità. Per eleggere il presidente dell’Anac è infatti necessario un consenso parlamentare molto ampio, con una maggioranza dei due terzi.
Dopo le polemiche, le opposizioni avevano annunciato che non avrebbero sostenuto la candidatura di Altieri. Una situazione che avrebbe potuto determinare uno stallo parlamentare e istituzionale, rendendo estremamente difficile portare a termine la procedura di nomina.
Secondo la ricostruzione di Repubblica, Giorgia Meloni avrebbe quindi concordato con Altieri il passo indietro, anche per evitare che il caso si trasformasse in uno scontro prolungato con le minoranze.
La rinuncia è arrivata il 6 novembre, appena un giorno dopo la designazione del Consiglio dei ministri. La procedura parlamentare non è dunque arrivata a conclusione e Altieri non è mai diventato presidente dell’Autorità.
Per il governo si tratta di una battuta d’arresto politica significativa. La scelta iniziale aveva infatti aperto interrogativi sull’indipendenza dell’organismo anticorruzione, sui possibili conflitti di interesse e sul rispetto dei requisiti previsti dalla legge.
Adesso Palazzo Chigi dovrà individuare un nuovo candidato, capace di raccogliere un consenso istituzionale più ampio e, soprattutto, di garantire quella credibilità e autonomia che rappresentano il presupposto fondamentale per guidare l’Autorità nazionale anticorruzione.







