di Franco Gemoli
La distanza tra Elly Schlein e Giuseppe Conte non si misura soltanto nei rapporti di forza tra Partito democratico e Movimento 5 Stelle, né nelle ambizioni di leadership che accompagnano la costruzione del campo largo. Esiste una questione più profonda, destinata a riemergere ogni volta che l’Europa è chiamata a pronunciarsi sulla guerra in Ucraina: quale politica estera dovrebbe adottare un eventuale governo sostenuto dalle opposizioni italiane?
Il voto del Parlamento europeo sugli attacchi russi nel Mar Nero ha riportato questa domanda al centro del dibattito. Da una parte il Pd, schierato con la maggioranza europeista favorevole alla risoluzione; dall’altra il Movimento 5 Stelle, contrario a un documento che contempla anche la possibilità di una missione navale europea. La scelta pentastellata ha provocato la reazione dei democratici, trasformando una divergenza internazionale in un nuovo problema politico interno.
Non si tratta di una frattura improvvisa. Le differenti sensibilità sulla guerra, sull’invio di armamenti e sul ruolo della Nato accompagnano da tempo il confronto tra le due forze. La novità è che, mentre cresce la necessità di costruire un’alternativa credibile al centrodestra, ogni voto europeo rende più evidente la difficoltà di definire una posizione comune.
Due visioni della sicurezza europea
Il Partito democratico si riconosce nella linea delle principali forze socialiste europee, che associano la ricerca di una soluzione diplomatica al sostegno dell’Ucraina e alla difesa della sicurezza dei Paesi dell’Unione. Il Movimento 5 Stelle, invece, contesta la prosecuzione di una strategia prevalentemente militare e insiste sulla necessità di privilegiare il negoziato.
La divergenza non riguarda soltanto gli strumenti attraverso i quali affrontare il conflitto, ma il rapporto tra deterrenza e diplomazia. Per i democratici, la capacità dell’Europa di proteggere i propri confini rappresenta una componente essenziale della sicurezza collettiva; per i Cinque Stelle, nuove iniziative militari rischiano di aumentare la possibilità di uno scontro diretto con Mosca.
Il voto sul Mar Nero ha mostrato quanto questa distanza possa tradursi in scelte parlamentari contrapposte. La maggioranza dell’Eurocamera ha sostenuto la risoluzione, mentre la delegazione pentastellata ha votato contro, condividendo il risultato finale del voto con alcune componenti dell’estrema destra, pur sulla base di motivazioni politiche che non possono essere considerate automaticamente identiche.
Il problema di Schlein e la posizione di Conte
Per Elly Schlein, la questione è particolarmente delicata. La segretaria del Pd deve tenere insieme l’identità europeista del partito, le sensibilità della propria area politica e la necessità di mantenere aperto il dialogo con Giuseppe Conte. Una condizione che rende complesso trasformare le convergenze sui temi economici e sociali in una proposta di governo organica.
Conte, dal canto suo, ha costruito una posizione riconoscibile sulla guerra in Ucraina, insistendo sulla centralità della diplomazia e sulla critica all’escalation militare. Una linea che distingue il Movimento 5 Stelle dal Pd e che il leader pentastellato non sembra intenzionato ad abbandonare per facilitare un accordo politico.
Il presidente del Partito democratico, Stefano Bonaccini, ha indicato proprio nell’Ucraina uno dei principali problemi da risolvere per costruire una posizione unitaria. Il richiamo assume un significato ancora più evidente alla luce del voto europeo: non basta condividere l’opposizione al governo Meloni per disporre automaticamente di una politica estera comune.
La leadership non risolve le differenze di programma
Il confronto sulla guida del campo largo rischia così di precedere una discussione che dovrebbe essere affrontata prima ancora della scelta di un eventuale candidato alla presidenza del Consiglio.
Un programma di governo richiede infatti decisioni su questioni concrete: il sostegno militare all’Ucraina, il ruolo dell’Italia nella Nato, la sicurezza delle frontiere europee, le sanzioni contro la Russia e le condizioni per sostenere un negoziato di pace.
Su questi temi, formule generiche o compromessi esclusivamente lessicali potrebbero rivelarsi insufficienti davanti alle responsabilità di governo. La politica estera, diversamente da altre materie, impone spesso scelte immediate, nelle quali il margine per rinviare una decisione può essere limitato.
Le convergenze tra Pd e Movimento 5 Stelle su salari, sanità, welfare e critica alle politiche economiche del centrodestra rappresentano un terreno di collaborazione. Ma non cancellano le differenze sulla collocazione internazionale dell’Italia e sugli strumenti necessari a garantire la sicurezza europea.
Il campo largo davanti alla prova della credibilità
Il voto di Strasburgo consegna alle opposizioni una questione politica che non può essere risolta attribuendo automaticamente al Movimento 5 Stelle simpatie filorusse, né liquidando le preoccupazioni del Pd come semplice adesione a una strategia militare.
Le posizioni sono differenti e meritano di essere valutate per ciò che effettivamente sostengono. Il problema, tuttavia, resta quello della loro compatibilità all’interno di una medesima maggioranza.
Schlein e Conte possono condividere una strategia elettorale senza aver ancora definito una strategia internazionale comune. Ma governare richiederebbe entrambe.
È questa la contraddizione che il voto europeo ha riportato alla luce: la costruzione del campo largo procede sul terreno delle alleanze, mentre una delle questioni più rilevanti per il futuro dell’Europa continua a dividere i suoi principali protagonisti. E nessuna competizione per la leadership potrà, da sola, risolverla.







