Crosetto sfida Giorgetti sul riarmo: «La Nato non è un club di amici, o rispettiamo gli impegni o stare fuori costerà mille volte di più»

Guido Crosetto

Il nodo del riarmo torna a dividere il governo. Da una parte Guido Crosetto, che dopo la riunione dei ministri della Difesa della Nato a Bruxelles sceglie parole nette e manda un messaggio diretto al Tesoro. Dall’altra Giancarlo Giorgetti, che frena sulle risorse e ricorda che tempi, modalità e coperture restano dentro una decisione collegiale dell’esecutivo.

In mezzo c’è Giorgia Meloni, chiamata a tenere insieme gli impegni assunti con l’Alleanza atlantica, i vincoli di bilancio, la prudenza di Palazzo Chigi e il rapporto sempre più delicato con gli Stati Uniti. Crosetto parte da un punto politico essenziale: la Nato non può essere trattata come un tavolo di buone intenzioni. «La Nato non è un club di amici lettori, è un’alleanza militare difensiva. Chi vi partecipa deve mettersi in testa di partecipare con lo stesso peso di tutte le nazioni. Questo viene chiesto all’Europa. Questo ci siamo impegnati a fare e dovremmo fare nei prossimi anni».

Crosetto richiama il governo agli impegni con la Nato

Il ministro della Difesa parla dopo aver ascoltato Pete Hegseth richiamare con durezza i partner dell’Alleanza. Il messaggio americano è chiaro: l’Europa deve assumersi una quota sempre maggiore della propria sicurezza. Crosetto traduce quel richiamo in un avvertimento interno al governo italiano. «D’altronde, se si vuole far parte della Nato e avere un’alleanza, si rispettano gli impegni. Altrimenti si decide di stare fuori. Ma a quel punto difendersi costerebbe mille volte di più».

La frase pesa perché arriva nel momento in cui l’esecutivo deve decidere se accelerare davvero sugli investimenti militari o continuare a rinviare. Il piano approvato dalle Camere nel 2025 prevedeva un aumento delle spese per la difesa dello 0,15% nel 2026 e nel 2027 e dello 0,20% nel 2028. Secondo Crosetto, però, il primo passo è già saltato: «Quest’anno è mancato, per l’inciampo della mancata uscita dalla procedura di infrazione. Mi auguro che sia recuperabile immediatamente, lo vedremo già da ottobre». Tradotto: la partita vera si giocherà con la manovra.

Il braccio di ferro con Giorgetti sui fondi per la difesa

La richiesta al ministero dell’Economia è un aumento dello 0,35% in finanziaria. Crosetto la considera quasi obbligata: «Penso non ci sia alternativa, qualunque sia la maggioranza». Il destinatario politico del messaggio è soprattutto Giorgetti. Alla domanda se il ministro leghista sia consapevole della necessità di rispettare gli impegni presi, Crosetto risponde: «Penso sia totalmente consapevole». Dal Tesoro, però, arriva una posizione più prudente. «Io so i tempi e le modalità, il quantum non dipende da me.

Tutto il resto lo stiamo gestendo, non c’è polemica su questo», replica Giorgetti. È una frase che cerca di spegnere lo scontro, ma non cancella il problema. Le risorse per la difesa restano una delle questioni più sensibili della prossima legge di bilancio e Palazzo Chigi ha già scelto una linea di frenata. Il programma Purl non sarà attivato, mentre il piano europeo Safe è stato prima ridimensionato e ora potrebbe perfino saltare. Nella migliore delle ipotesi, Roma chiederà 5 dei 14,9 miliardi di prestiti disponibili. Troppo poco, secondo la Difesa, per affrontare una fase internazionale in cui gli Stati Uniti chiedono agli alleati europei di alzare il livello di responsabilità.

Sigonella e il nuovo ruolo dell’Italia nel Mediterraneo

Il confronto sulle spese militari non riguarda soltanto i numeri della manovra. Washington sta valutando una riorganizzazione della presenza americana in Europa e possibili tagli al numero dei soldati nelle basi del continente. Crosetto lo dice chiaramente: «Il percorso è chiaro, ci sarà una Nato che per la parte europea dovrà dipendere sempre di più dagli europei». In questo quadro l’Italia potrebbe però assumere un ruolo ancora più strategico. Tra le ipotesi sul tavolo c’è il rafforzamento delle truppe americane in Polonia, ma anche un aumento della presenza nelle basi Usa in Sicilia, a partire da Sigonella.

La base siciliana resta un avamposto cruciale per il Mediterraneo, il Medio Oriente e soprattutto l’Africa, dove Russia e Cina continuano a guadagnare posizioni. Anche Augusta, con il suo hub logistico a supporto delle operazioni della Marina statunitense, rientra in questo schema. Per gli Stati Uniti, il quadrante africano è diventato una priorità strategica e l’Italia può trasformarsi in una piattaforma decisiva. Ma proprio questa centralità rende più urgente la domanda che Crosetto pone al governo: si può chiedere un ruolo maggiore senza investire davvero nella difesa?

Palazzo Chigi deve scegliere tra prudenza e credibilità internazionale

La questione politica è tutta qui. L’Italia vuole restare dentro il cuore dell’Alleanza atlantica, mantenere un rapporto forte con Washington, contare nel Mediterraneo e non lasciare spazio a Russia e Cina nei teatri più sensibili. Ma per farlo deve mettere risorse vere sul tavolo. Crosetto spinge perché considera il riarmo non una scelta ideologica, ma una condizione di credibilità internazionale. Giorgetti frena perché conosce i vincoli di bilancio e sa che ogni aumento strutturale della spesa militare apre un fronte politico, economico e sociale.

Meloni, come spesso accade nei dossier più delicati, dovrà assumersi la responsabilità finale. Il Tesoro ha già fatto sapere che la decisione sarà collegiale e coordinata dalla presidente del Consiglio. Significa che la scelta non potrà essere scaricata solo su Crosetto o su Giorgetti. Da ottobre, con la manovra, il governo dovrà dire se intende recuperare l’aumento mancato o continuare a prendere tempo. La Nato, intanto, chiede chiarezza. E Crosetto ha già indicato il prezzo dell’ambiguità: restare nell’Alleanza senza rispettare gli impegni indebolisce il Paese; pensare di difendersi da soli costerebbe, nelle sue parole, «mille volte di più».