Garlasco, perché l’impronta 33 non rientra nelle quattro nuove consulenze: la prova più discussa potrebbe attendere il processo

Andrea Sempio al centro delle indagini di Garlasco

L’impronta 33 rappresenta uno degli elementi più discussi della nuova inchiesta sul delitto di Garlasco. La Procura di Pavia la attribuisce ad Andrea Sempio e la inserisce nella ricostruzione che colloca l’indagato in cima alle scale della villetta, dopo l’omicidio di Chiara Poggi. Eppure nessuna delle quattro consulenze ancora in corso riguarda specificamente quella traccia palmare.

L’esclusione può apparire contraddittoria: se l’impronta occupa un posto tanto importante nell’ipotesi investigativa, perché non sottoporla subito a un accertamento nel contraddittorio tra le parti? La risposta richiede cautela. La Procura ha già acquisito proprie valutazioni tecniche sulla traccia, mentre le difese e i legali della famiglia Poggi hanno depositato conclusioni differenti. Un nuovo esame affidato a un esperto terzo potrebbe arrivare soltanto nell’eventuale processo, se il giudice lo riterrà necessario.

Non esiste, però, alcuna certezza che ciò accada. Al momento si tratta di uno scenario processuale possibile, non di una perizia già disposta.

Garlasco, che cos’è l’impronta 33 e perché divide gli esperti

Gli investigatori trovarono la traccia 33 sulla parete destra delle scale che conducono alla cantina, dove giaceva il corpo di Chiara. Non recuperarono un’impronta palmare completa, ma una porzione di mano che per anni non aveva consentito un’attribuzione considerata utile alle indagini.

La nuova Procura sostiene invece che quella traccia appartenga ad Andrea Sempio. Secondo la ricostruzione investigativa, l’autore dell’omicidio avrebbe appoggiato la mano alla parete mentre si affacciava verso le scale. I carabinieri hanno inoltre messo l’impronta in relazione con una traccia di scarpa sicuramente insanguinata presente sul cosiddetto gradino zero.

Su questi punti manca però una lettura condivisa. I consulenti della Procura attribuiscono la traccia a Sempio, ma non ritengono dimostrata la presenza di sangue. Gli esperti incaricati dalla difesa di Alberto Stasi sostengono invece sia l’attribuzione a Sempio sia la presenza di materiale ematico mescolato al sudore. La difesa dell’indagato e i consulenti della famiglia Poggi contestano tanto l’identificazione quanto la natura ematica della traccia.

Quattro interpretazioni diverse trasformano l’impronta 33 in un terreno di scontro tecnico prima ancora che giudiziario. Andrea Sempio respinge ogni accusa e si dichiara innocente.

Perché la traccia non compare nelle quattro nuove consulenze

Le quattro consulenze commissionate dalla Procura dopo il deposito degli elaborati della difesa di Sempio riguardano altri aspetti dell’indagine: il Dna individuato sulle unghie di Chiara, l’impronta insanguinata con la suola a pallini, la compatibilità tra quelle tracce e le dimensioni del piede dell’indagato, oltre al suo profilo psichiatrico.

L’impronta 33 non compare in questo gruppo di accertamenti. Fanpage riferisce che un’eventuale perizia affidata a un esperto terzo potrebbe arrivare durante il processo. La distinzione risulta decisiva: le consulenze attuali appartengono all’attività della Procura, mentre una perizia processuale nascerebbe da un incarico conferito dal giudice e consentirebbe il confronto tra tutte le parti.

La famiglia Poggi aveva chiesto di estendere all’impronta 33 l’incidente probatorio celebrato davanti al gip. La Procura non ha accolto la richiesta e anche le difese di Sempio e Stasi si sono opposte all’estensione. Il mancato inserimento, quindi, non significa che gli inquirenti considerino irrilevante la traccia. Significa soltanto che, in questa fase, nessun giudice ha affidato a un proprio perito il compito di riesaminarla.

Resta inoltre un limite materiale: gli esperti lavorano soprattutto sulle fotografie e sulla documentazione raccolta nel 2007. Non dispongono più della traccia nelle condizioni originarie e devono ricavare le proprie conclusioni da immagini, misurazioni e accertamenti compiuti diciannove anni fa.

L’eventuale processo potrebbe affidare la risposta a un perito

La Procura dovrà decidere entro il 28 settembre se chiedere il rinvio a giudizio di Andrea Sempio. Se il procedimento arrivasse al dibattimento, accusa e difese potrebbero sollecitare una perizia sull’impronta 33. Spetterebbe allora al giudice stabilire se l’accertamento risulti necessario e quali domande rivolgere al perito.

I quesiti centrali riguarderebbero almeno tre aspetti: la possibilità di attribuire la porzione palmare a una persona determinata, la presenza di sangue e il rapporto tra la mano sulla parete e la scarpa insanguinata sul gradino. Proprio le divergenze tra gli esperti potrebbero rendere utile una valutazione terza, senza però garantire una risposta definitiva.

L’apparente contraddizione nasce dunque dalla sovrapposizione di due fasi diverse. La Procura può considerare significativa l’impronta sulla base dei propri consulenti e, nello stesso tempo, non commissionare ora un ulteriore esame specifico. Un giudice potrebbe ordinare quella verifica successivamente, ma soltanto se l’indagine sfocerà in un processo e se riterrà la perizia rilevante.

Fino ad allora l’impronta 33 resterà una prova contesa: centrale nella narrazione dell’accusa, respinta dalla difesa di Sempio e interpretata in modo opposto dagli esperti. Non la risposta conclusiva al delitto di Chiara Poggi, ma uno degli elementi sui quali potrebbe giocarsi la tenuta della nuova accusa.