La Russa prova a mettere il cappello su Milano, ma nel centrodestra volano già stracci: Salvini, Sardone, Tatarella, Lupi e Bertolaso nel grande ingorgo sotto la Madunina

Ignazio La Russa – Ipa

A Milano il centrodestra cercava la quadra e ha trovato il solito cubo di Rubik senza istruzioni. Tutti da Ignazio La Russa per decidere il candidato sindaco? Sì, anzi no, forse, dipende da chi lo racconta e soprattutto da chi ha interesse a farlo sapere. Il vertice avrebbe dovuto tenersi a Palazzo Giustiniani, nello studio della seconda carica dello Stato, all’ora di pranzo, con i maggiorenti della coalizione pronti a sedersi attorno al tavolo per provare a mettere ordine nel grande ingorgo milanese.

Poi la notizia è uscita, il caso politico ha iniziato a gonfiarsi e La Russa ha subito preso le distanze: lui non avrebbe organizzato nulla. O meglio, sapeva che una riunione si stava preparando, a Milano o a Roma, per iniziativa del coordinatore regionale di Fratelli d’Italia, ma non nel suo nome. Traduzione dal politichese: il vertice c’era, ma appena è diventato scomodo è evaporato come nebbia sui Navigli.

Il vertice fantasma e il segnale di La Russa

Il punto, però, non riguarda soltanto il pranzo saltato. Riguarda chi comanda davvero la partita del centrodestra a Milano. La Russa conosce benissimo il peso simbolico della città, la sua forza economica, il valore politico di Palazzo Marino e l’importanza di non arrivare alle comunali con una coalizione trasformata in mercato rionale dei candidati. Per questo, pur smentendo di aver convocato il vertice, ha mandato un messaggio chiarissimo: bisogna accelerare e scegliere entro luglio un candidato comune capace di battere la sinistra.

Parole formalmente unitarie, ma piene di sottotesto. Fratelli d’Italia non vuole farsi trascinare dalle primarie improvvisate della Lega, non vuole subire i nomi lanciati da Forza Italia e non intende lasciare Milano in mano a chi arriva all’ultimo minuto con il candidato del giorno. Soprattutto, La Russa vuole far capire che sotto la Madunina il suo parere pesa eccome.

I gazebo della Lega e il civico sparito

A complicare il quadro ci ha pensato la Lega, che dopo settimane passate a parlare di candidatura civica ha organizzato i gazebo e ha visto emergere i nomi più politici possibili: Matteo Salvini e Silvia Sardone. Una mossa che ha fatto sorridere, e forse anche irritare, gli alleati. La Russa non ha perso l’occasione per punzecchiare il Carroccio, osservando che evidentemente l’idea del civico, almeno nella Lega, non va poi così forte. Battuta secca, ma chirurgica.

Perché il punto è proprio questo: Salvini continua a muoversi come se Milano potesse diventare il suo palcoscenico personale, mentre Sardone rappresenta una candidatura identitaria, muscolare, adatta a infiammare la base ma non necessariamente a conquistare quella città larga, moderata, produttiva e spesso diffidente verso le campagne troppo urlate. Il problema per la Lega è che Palazzo Marino non si conquista con un gazebo di partito. Serve una coalizione vera, e al momento la coalizione sembra più impegnata a contarsi che a vincere.

Tatarella scende in campo e riapre il caos

Come se non bastasse, nel mazzo è spuntato anche Pietro Tatarella. Classe 1983, milanese di Baggio, ex consigliere comunale di Forza Italia, imprenditore nel settore della falegnameria, Tatarella è un nome conosciuto nella politica cittadina e porta con sé una storia giudiziaria pesante, conclusa con l’assoluzione piena. Accusato in passato di corruzione e persino di contatti con la ’ndrangheta, dopo quasi sette anni dall’arresto è diventato per una parte del centrodestra il simbolo della malagiustizia.

Ora prova a trasformare quella vicenda in capitale politico e a rientrare in scena dalla porta principale, quella della candidatura a sindaco. La sua discesa in campo piace a un pezzo di Fratelli d’Italia, ma La Russa non ha ancora dato il via libera. E senza quel via libera, a Milano, una candidatura può fare rumore ma difficilmente diventa sintesi.

Lupi, Bertolaso, Cottarelli: il casting infinito del centrodestra

L’area più vicina a La Russa continua a guardare con interesse a Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati, nome considerato più rassicurante per il mondo cattolico, imprenditoriale e moderato della città. Forza Italia, invece, sogna ancora un profilo civico e guarda a soluzioni capaci di parlare anche oltre il recinto tradizionale del centrodestra. In questo quadro circola il nome di Carlo Cottarelli, gradito ad Azione e spendibile in una Milano che ama i tecnici, i profili competenti e le figure meno barricadere.

Paolo Berlusconi ha rilanciato Guido Bertolaso, amministratore di emergenze, volto operativo, figura che una parte dell’elettorato associa più al fare che alla propaganda. Il risultato, però, è che tutti hanno un nome e nessuno ha ancora una strategia. Salvini e Sardone per la Lega, Tatarella per chi vuole una candidatura più politica e territoriale, Lupi per l’area larussiana, Bertolaso o Cottarelli per chi sogna il civico perfetto. Manca solo che qualcuno proponga il custode del Duomo e poi il presepe è completo.

Milano rischia di diventare la Caporetto della coalizione

Il centrodestra sa che Milano non è una città qualunque. È il laboratorio politico, economico e culturale più importante del Paese. Dopo gli anni di Giuseppe Sala, Palazzo Marino resta una partita difficilissima per la destra, che può vincere soltanto se trova un candidato credibile, largo, non percepito come una bandierina di partito e capace di parlare a mondi diversi: professionisti, periferie, imprese, ceto medio, moderati, sicurezza, mobilità, casa, giovani.

Per ora, invece, la coalizione offre l’immagine di un condominio litigioso in cui ciascuno vuole scegliere l’amministratore. La Russa prova a mettere ordine, Salvini misura il proprio peso, Forza Italia cerca un civico, Noi Moderati spinge Lupi e intanto nuovi candidati spuntano come funghi dopo la pioggia. La sintesi arriverà, perché prima o poi deve arrivare. Ma al momento la destra milanese non sembra una macchina pronta a conquistare Palazzo Marino. Sembra un taxi fermo in piazza Duomo, con cinque passeggeri che litigano sulla destinazione e il tassametro che corre.