Trump perde le elezioni e Murdoch lo scarica: Fox News prende le distanze dal presidente, mentre Rubio e Hegseth giurano fedeltà

Donald Trump

Donald Trump ha perso le elezioni di metà mandato e adesso rischia di perdere anche chi, per anni, ha contribuito a costruirne il successo politico e mediatico. Mentre Marco Rubio e Pete Hegseth si affrettano a rinnovare pubblicamente la propria fedeltà al presidente, Rupert Murdoch sembra aver deciso che è arrivato il momento di guardare altrove. Il magnate australiano, 95 anni, proprietario di un impero editoriale che comprende Fox News, osserva il tracollo repubblicano con il pragmatismo di chi ha sempre saputo distinguere la convenienza politica dagli interessi economici. E se Donald Trump non garantisce più vittorie, consenso e ascolti, anche un alleato storico può trasformarsi in un problema.

La frattura non riguarda soltanto i rapporti personali tra il presidente e Murdoch. Le principali testate del gruppo hanno cominciato ad attribuire apertamente alla Casa Bianca le responsabilità della sconfitta, mentre perfino i commentatori televisivi tradizionalmente più vicini al movimento Maga individuano nella guerra contro l’Iran una delle cause decisive del disastro elettorale.

Murdoch prepara il dopo Trump: «Non vuole stare con un perdente»

La frase che racconta meglio il cambiamento arriva da una fonte vicina all’impero editoriale di Murdoch: «Non vuole stare con un perdente. Trump non gli interessa più, gli interessa l’audience».

Poche parole che riassumono il rapporto tra politica, informazione e interessi commerciali nell’universo conservatore americano.

Per anni Fox News ha rappresentato uno dei principali punti di riferimento dell’elettorato trumpiano, contribuendo ad amplificare le battaglie politiche del presidente e a consolidare il consenso della sua base. Ma il risultato delle elezioni di metà mandato ha modificato gli equilibri.

Il problema, per Murdoch, è anche commerciale. Fox deve fare i conti con un calo degli ascolti e con un pubblico profondamente legato a Trump. Prendere apertamente le distanze dal presidente potrebbe allontanare una parte degli spettatori più fedeli, ma continuare a sostenerlo senza riserve rischierebbe di legare il futuro dell’emittente a un leader politicamente indebolito.

Una scelta delicata, soprattutto perché Trump ha già iniziato ad attaccare Fox, accusandola di aver raccontato la sconfitta repubblicana in modo ostile. Durante la notte elettorale, il presidente ha criticato perfino il tono di voce di una conduttrice, mostrando quanto siano diventati tesi i rapporti con quella che per anni ha considerato una televisione amica.

Il Wall Street Journal accusa Trump, il New York Post lo travolge con uno tsunami blu

Il riposizionamento dell’impero Murdoch non è rimasto confinato alle indiscrezioni.

Poco dopo la mezzanotte della notte elettorale, il Wall Street Journal ha indicato Trump come l’«architetto» della sconfitta repubblicana, attribuendogli direttamente la responsabilità politica del risultato.

Ancora più esplicita la scelta del New York Post, che ha pubblicato in prima pagina un’immagine del presidente travolto da un’enorme onda blu, accompagnata dal titolo «Blue Tsunami».

Due segnali difficili da ignorare, soprattutto perché arrivano da testate che appartengono a un gruppo storicamente influente nell’area conservatrice americana.

Anche negli studi di Fox News il clima è cambiato. Durante le dirette elettorali, diversi commentatori hanno mostrato nervosismo e delusione, individuando nella guerra contro l’Iran il principale elemento di rottura tra l’amministrazione e gli elettori.

Sean Hannity, uno dei volti televisivi più vicini a Trump, ha attribuito al conflitto in Medio Oriente il «100%» della responsabilità della sconfitta.

Una presa di posizione particolarmente significativa, perché arriva da un giornalista che ha sostenuto il presidente anche nei momenti più difficili della sua carriera politica.

Rubio smentisce le dimissioni: «Resterò con Trump fino alla fine»

Mentre l’impero Murdoch prende le distanze, Marco Rubio sceglie la strada opposta e rinnova pubblicamente la propria fedeltà alla Casa Bianca.

Il segretario di Stato ha smentito le indiscrezioni secondo cui starebbe pensando di lasciare l’amministrazione per preparare una possibile candidatura alle primarie repubblicane del 2028.

«Lavorare per il presidente Trump fino al termine del suo mandato è sempre stato il mio piano», ha dichiarato Rubio, aggiungendo: «Non so da dove provengano certe voci. Amo il lavoro che sto svolgendo».

Le indiscrezioni avevano alimentato interrogativi sul futuro politico del capo della diplomazia americana, considerato uno dei possibili protagonisti della successione a Trump.

Il Dipartimento di Stato è intervenuto con una smentita ancora più categorica. Il portavoce Dylan Johnson ha definito le notizie sulle possibili dimissioni «fake news totali e assolute, basate sulle parole di fonti anonime. Roba da tabloid».

Rubio, dunque, non intende abbandonare il presidente almeno nelle dichiarazioni pubbliche. Ma ha evitato di chiarire quali siano le proprie ambizioni politiche dopo il 2028, lasciando aperta la questione della successione repubblicana.

Hegseth sfida il Congresso: «L’impeachment non funzionerà con me»

Anche Pete Hegseth, segretario alla Difesa sempre più isolato dopo le polemiche sulla guerra in Iran, ha deciso di rispondere agli avversari alzando i toni.

Il capo del Pentagono è finito nel mirino del deputato Thomas Massie, che intende presentare una mozione di impeachment nei suoi confronti.

Hegseth ha affidato la propria replica a un video nel quale ha paragonato la situazione ai procedimenti affrontati in passato da Donald Trump.

«Non ha funzionato contro il presidente Trump e non funzionerà con me. Potete starne certi».

Poi ha attaccato direttamente il promotore dell’iniziativa parlamentare: «Un deputato scontento e sconfitto, insieme a tutti i suoi alleati democratici, ha presentato delle false mozioni di impeachment contro il sottoscritto, esattamente come hanno già tentato di fare due volte contro il presidente Trump».

La strategia è evidente: presentare il procedimento come un attacco politico contro l’amministrazione e rafforzare il legame con il presidente proprio mentre aumentano le voci su una possibile sostituzione ai vertici del Pentagono.

Ma la situazione di Hegseth resta complicata. La guerra in Iran ha provocato crescenti tensioni all’interno del Partito repubblicano e il segretario alla Difesa è considerato uno dei principali sostenitori dell’intervento militare.

Il suo futuro dipenderà anche dalla disponibilità di Trump a continuare a difenderlo davanti a un Congresso sempre meno favorevole.

La guerra in Iran divide i fedelissimi e apre la successione a Trump

Le reazioni alla sconfitta elettorale mostrano quanto sia cambiato il clima politico a Washington.

Rubio punta sulla continuità e ribadisce la propria lealtà. Hegseth sceglie lo scontro frontale con gli avversari e si aggrappa al precedente dei due impeachment affrontati da Trump durante il primo mandato. Murdoch, invece, sembra considerare il presidente una figura sulla quale non conviene più investire senza riserve.

Tre atteggiamenti differenti che raccontano le tensioni di un Partito repubblicano costretto a interrogarsi sul proprio futuro mentre Trump conserva ancora più di due anni di presidenza.

La guerra contro l’Iran rappresenta il principale elemento di divisione. Il conflitto ha pesato sul giudizio degli elettori e ha offerto agli avversari del presidente un argomento per contestarne le scelte strategiche.

La sconfitta alle elezioni di metà mandato ha inoltre accelerato le discussioni sulla successione del 2028, rendendo più evidente la distanza tra chi considera ancora Trump il centro indiscusso del movimento conservatore e chi comincia a prepararsi a una stagione politica diversa.

Per il presidente, il problema più insidioso potrebbe non essere la fedeltà dei ministri, che continuano a difenderlo pubblicamente, ma il cambiamento di atteggiamento di chi controlla una parte importante dell’informazione conservatrice.

Perché Rubio e Hegseth possono giurargli fedeltà quanto vogliono, ma se Rupert Murdoch decide che il trumpismo non garantisce più gli ascolti di una volta, il presidente rischia di scoprire che nel mondo dei media americani la lealtà dura esattamente quanto la convenienza.