La sconfitta del centrosinistra a Venezia non è soltanto una battuta d’arresto locale. È un segnale politico molto più ampio, che riguarda il rapporto sempre più fragile tra il Partito Democratico guidato da Elly Schlein e una parte consistente dell’elettorato urbano e produttivo del Nord Italia.
Perché Venezia, ancora una volta, ha votato in modo molto diverso da come una parte della dirigenza nazionale del centrosinistra immaginava. E lo ha fatto premiando soprattutto il radicamento territoriale, la riconoscibilità amministrativa e una percezione di concretezza che, nel confronto diretto, Simone Venturini è riuscito a incarnare molto meglio di Andrea Martella.
Il problema del candidato
Il nodo centrale della partita è stato proprio questo. Andrea Martella è apparso fin dall’inizio una candidatura costruita più negli equilibri romani del Pd che dentro la realtà veneziana. Figura storica dell’apparato democratico, con una lunga esperienza parlamentare e governativa, Martella è stato però percepito da molti elettori come distante dalla quotidianità della città metropolitana.
A Venezia, Mestre e Marghera il problema non era conoscere il curriculum del candidato. Era riconoscerlo come presenza reale sul territorio. E qui il centrosinistra ha pagato un prezzo pesantissimo. Perché una parte dell’elettorato ha avuto la sensazione di trovarsi davanti a una candidatura calata dall’alto, poco radicata e incapace di accendere entusiasmo.
Venturini ha vinto sulla prossimità
Dall’altra parte, Simone Venturini ha costruito la propria vittoria esattamente sul contrario. Assessore, uomo di fiducia di Luigi Brugnaro, presenza costante nella gestione amministrativa della città, Venturini era già conosciuto nei quartieri popolari, nelle realtà produttive e nel tessuto economico veneziano.
Il centrodestra non ha puntato sulla dimensione ideologica. Ha puntato sull’amministratore percepito come concreto, accessibile e operativo. E questa strategia ha funzionato soprattutto nella Venezia di terraferma, dove si concentra la parte numericamente decisiva dell’elettorato.
La Venezia reale non vota sui temi delle élite culturali
Un altro elemento che emerge dal voto riguarda la distanza tra il dibattito politico-mediatico e le priorità concrete degli elettori. Le polemiche sulla Biennale, sul Teatro La Fenice, sulla figura di Beatrice Venezi o sulla gestione culturale di Pietrangelo Buttafuoco hanno avuto enorme spazio nel dibattito nazionale e nelle élite culturali. Ma non hanno inciso realmente sulle urne.
Per una larga parte degli elettori di Mestre, Marghera e delle aree produttive, i problemi prioritari restano lavoro, servizi, sicurezza urbana, costo della vita e gestione amministrativa. Tutto il resto è apparso secondario, se non addirittura lontano dalla vita quotidiana.
Ed è probabilmente qui che il centrosinistra ha commesso uno degli errori più gravi: sopravvalutare il peso elettorale delle battaglie simboliche e sottovalutare invece il bisogno di rappresentanza concreta e territoriale.
La sconfitta di Schlein pesa più del risultato locale
La partita veneziana pesa inevitabilmente anche sulla leadership di Elly Schlein. Non tanto perché una sconfitta amministrativa possa da sola mettere in discussione la guida del Pd, ma perché conferma una difficoltà ormai evidente: trasformare il consenso identitario e mediatico in radicamento elettorale stabile.
Il cosiddetto “campo largo” continua infatti a mostrare limiti strutturali nella scelta dei candidati e nella costruzione di una proposta amministrativa percepita come vicina ai territori. A Venezia il centrosinistra è apparso più forte nel dibattito nazionale che nella capacità di parlare ai quartieri e alle categorie produttive.
Ora il centrodestra deve dimostrare autonomia da Brugnaro
La vittoria di Venturini apre però anche una questione interna al centrodestra veneziano. Perché il nuovo sindaco dovrà ora dimostrare se sarà semplicemente il continuatore politico di Luigi Brugnaro o se proverà a costruire una propria autonomia amministrativa.
Il primo vero segnale arriverà probabilmente dalle nomine chiave del Comune, a partire dalla direzione generale e dagli equilibri della macchina amministrativa. È lì che si capirà se Venezia ha scelto soltanto la continuità oppure l’inizio di una nuova fase politica dentro il centrodestra cittadino.







