«È stato il trionfo della romanità e del circolo Aniene». Questa la battuta sferzante che rimbalza tra i corridoi del Consiglio Federale subito dopo l’annuncio ufficiale: Roberto Mancini torna sulla panchina della Nazionale italiana, affiancato da Claudio Ranieri nel ruolo di direttore tecnico. Una decisione presa e formalizzata da Giovanni Malagò, in impeccabile completo color tabacco, che ha così sciolto le riserve dopo una notte di apparente e complessa riflessione.
Apparente, appunto. Perché dopo la brevissima parentesi di diciassette giorni guidata da Paolo Maldini e Leonardo, l’ex numero uno del CONI è tornato dritto sulla soluzione che aveva in mente fin dal 22 giugno, giorno del suo insediamento ai vertici di Via Allegri. Tra le battute più velenose circolate nel primo pomeriggio di martedì tra i dirigenti sportivi spicca un caustico: “Nasce la Nazionale sezione Roma Nord, nel nome dell’amichettismo, del padel e del calcetto”.
Lo sdegno della Lega di Serie A
La reazione delle società di massima serie è stata durissima. I club avevano compattamente sostenuto la candidatura di Malagò alla presidenza della FIGC, spendendosi per trascinare le altre componenti e battere la concorrenza di Giancarlo Abete. Un endorsement politico pesante che, nelle aspettative dei presidenti, avrebbe dovuto garantire un coinvolgimento diretto nella scelta della nuova guida tecnica destinata a plasmare i prossimi quattro anni del calcio azzurro.
I club avevano persino dato la disponibilità economica a coprire parte del contratto di Antonio Conte, considerato da molti il profilo ideale per ricostruire la selezione nazionale. Invece, l’esito della vicenda ha visto il ritorno di Mancini – andatosene nel 2023 verso la Saudi Pro League – lasciando le società nel ruolo di semplici spettatrici. Nel vertice preparatorio di lunedì sera a Roma, Malagò aveva mantenuto il massimo riserbo senza far trapelare alcun nome. Così, quando la proposta è arrivata sul tavolo del Consiglio, il presidente della Lega Serie A, Ezio Simonelli, ha stroncato la mossa: non per il valore tecnico degli ingaggiati, ma per l’assoluta mancanza di condivisione del metodo.
Unità di facciata e nubi all’orizzonte
Di fronte al disappunto generale, Malagò ha provato a ridimensionare gli animi richiamando la necessità di agire con celerità dopo il tempo prezioso perso inseguendo i profili di Pep Guardiola e Andrea Pirlo. Simonelli, pur ribadendo che la nomina del CT rientra tra le prerogative del presidente FIGC, ha rivendicato con forza il diritto-dovere dei consiglieri di essere consultati.
Alla fine, prevalendo il senso di responsabilità istituzionale, la Lega A ha diramato una nota di auguri a Mancini e Ranieri, garantendo il proprio appoggio “dopo ore intense e certamente non semplici” per tutelare l’unità e lo spirito di collaborazione del movimento. Restano tuttavia le crepe. Nella notte precedente alla riunione, i contatti tra i patron più bellicosi avevano persino sfiorato l’ipotesi di sfiduciare il neopresidente.
A Malagò spetterà ora l’arduo compito di ricucire i rapporti con i club e ricomporre la spaccatura. Tanto più che la sua gestione deve già fare i conti con un dossier aperto dalla Procura Federale (su segnalazione del CONI) relativo a presunte irregolarità formali nella documentazione per la sua candidatura, legati al vincolo di tesseramento FIGC previsto dall’articolo 29 dello Statuto. Dopo le polemiche sul “pantouflage”, per Malagò si preannuncia una strada tutta in salita.







