Mario Adinolfi, giornalista ed ex parlamentare già sottoposto ai domiciliari nell’ambito di un’indagine avviata nei mesi scorsi, è stato raggiunto da un provvedimento di aggravamento della misura cautelare. Secondo la Guardia di Finanza, avrebbe continuato a comunicare sui social network dalla propria abitazione nonostante il divieto assoluto di contatti con l’esterno. La nuova ordinanza, emessa dal gip ed eseguita dai militari del comando provinciale, ha disposto il trasferimento in carcere.
Le accuse già contestate
Adinolfi era accusato di truffa aggravata e continuata, esercizio abusivo dell’attività di raccolta del risparmio, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. A luglio era stato raggiunto da una misura ai domiciliari dopo le denunce di persone che avevano affidato ingenti somme di denaro per partecipare a un Betting Group denominato Scommessa Collettiva, promosso attraverso i social e mai restituito né remunerato come prospettato. In quella fase erano stati sequestrati quattrocentomila euro.
Prometteva rendimenti da capogiro
Un circuito che prometteva rendimenti da capogiro, fino al 40% annuo, grazie a un misterioso team di esperti e algoritmi sofisticati applicati al betting sportivo. Per entrare nel giro, i partecipanti versavano quote elevate, comprese tra 3.000 e 10.000 euro.Adinolfi rassicurava tutti: “Il capitale è garantito”, diceva nelle interviste e sui social. Eppure, secondo gli investigatori, quelle somme non sono mai tornate indietro a molti degli investitori. Durante gli ultimi Europei di calcio, il politico rilanciava con pacchetti “Vip Plus”: 9.500 euro per un rendimento del 150%, che sarebbe raddoppiato in caso di vittoria dell’Italia.
Le violazioni documentate
La Guardia di Finanza ha spiegato che l’adozione della misura più severa è conseguenza della reiterata violazione delle prescrizioni contenute nell’ordinanza originaria, che imponeva ad Adinolfi il divieto di utilizzare dispositivi telefonici, informatici e telematici, salvo i contatti con il proprio difensore. Le verifiche hanno documentato numerosi episodi di utilizzo dei social network, ritenuti determinanti nella rivalutazione del quadro cautelare per il rischio di reiterazione del reato e di inquinamento probatorio.







