Paola Cesaroni e quella frase inquietante pronunciata da uno sconosciuto la sera del delitto di via Poma: “Il peggio deve ancora venire”

Simonetta Cesaroni aveva 20 anni quando fu uccisa il 7 agosto 1990

Per oltre tre decenni Paola Cesaroni ha parlato poco, affidando a rare interviste il peso di una tragedia che non ha mai smesso di interrogarla. Oggi, a 36 anni dall’omicidio di sua sorella Simonetta, decide di raccontare tutto in un libro, In nome della verità, pubblicato da Piemme. Scritto insieme allo scrittore d’inchiesta Igor Patruno, con prefazione dell’avvocato Federica Mondani, il volume ripercorre la sera del 7 agosto 1990, quando la ventenne romana venne trovata senza vita negli uffici dell’Associazione Italiana degli Ostelli della Gioventù in via Carlo Poma. Intanto la Procura di Roma continua a cercare un nome e un volto per l’assassino.

La corsa di Paola verso via Poma

Simonetta era stata uccisa con 29 colpi d’arma bianca, mai ritrovata, dopo essere stata tramortita. Fu Paola, più grande di lei, a scoprire il corpo intorno alle 23, quando, non vedendola rientrare, si mise a cercarla insieme al fidanzato e al datore di lavoro della sorella, Salvatore Volponi. Attraversarono Roma da Cinecittà al quartiere delle Vittorie per raggiungere quell’ufficio elegante dove Simonetta lavorava due volte a settimana per arrotondare lo stipendio. Era stato proprio Volponi a procurarle quel posto, eppure, quando Paola gli chiese dove si trovasse l’ufficio, lui rispose di non saperlo.

I sospetti su Volponi

Nel libro Paola racconta la crescente irritazione di quella notte. Volponi, scrive, non conosceva l’indirizzo dell’ufficio e continuava a comporre numeri che risultavano irraggiungibili o collegati a linee fax. La sensazione, dice, era che stesse facendo perdere tempo, forse avvertito da qualcuno. Solo più tardi avrebbe compreso quei segnali. È anche per questi dettagli che il delitto di via Poma resta un enigma irrisolto, mentre i ricordi di Paola, dopo 36 anni, non si sono mai affievoliti.

Le strisce di sangue scomparse

Paola torna su ciò che vide quella sera dietro la porta della stanza dove fu ritrovata Simonetta. Racconta di tre strisce di sangue verticali, lunghe circa venti centimetri, simili a ditate. Quelle tracce, sostiene, non compaiono nelle fotografie scattate dalla Scientifica poche ore dopo. Per lei esiste una sola spiegazione: quando entrarono nell’ufficio, qualcuno era già lì. L’assassino o qualcuno incaricato di ripulire. Sentendo le voci sul pianerottolo, potrebbe essersi nascosto nelle stanze ampie e negli angoli bui. L’idea che mentre scoprivano il corpo ci fosse una presenza nell’ombra continua a darle i brividi. Una volta usciti, quella persona avrebbe tentato di cancellare le strisce. Fu allora che Volponi decise di aspettare la polizia nel cortile, mentre la portiera chiudeva a chiave gli uffici.

La presenza misteriosa nel cortile

Nelle inchieste su via Poma è spesso emersa la possibile presenza di figure legate ai Servizi Segreti, una pista mai dimostrata ma rimasta sullo sfondo, tanto da spingere il gip Giulia Arcieri a respingere nel 2024 la richiesta di archiviazione delle indagini riaperte nel 2022. Il ricordo di Paola sembra sovrapporsi a questo scenario. Racconta che nel cortile del palazzo un giovane con occhiali e capelli scuri si sedette accanto a lei e al fidanzato. Pensò fosse un assistente sociale della polizia, finché non pronunciò una frase inquietante: “Il peggio deve ancora venire”. In Questura le dissero che non esisteva nessun assistente con quell’aspetto. Un’altra presenza mai identificata.

Le tracce che nessuno ha più visto

Igor Patruno, coautore del libro, ritiene plausibile che qualcuno si fosse nascosto sulla scena del crimine. Le tracce di sangue sulla porta, dice, non sono mai state spiegate. Il fidanzato di Paola, Antonello, ha sempre sostenuto di aver visto ditate, come dichiarato anche alla polizia. Forse furono cancellate. Anche l’avvocato Federica Mondani condivide questa ipotesi: le impronte presumibilmente di sangue viste da Antonello e poi scomparse suggeriscono che qualcuno fosse nell’ufficio quando venne trovato il corpo. Paola ha sempre percepito un tentativo di ritardare il ritrovamento. Due elementi coerenti che oggi gli inquirenti dovranno approfondire.