Sono 656 i Comuni italiani che non raggiungono la soglia minima del 35% di smaltimento dei residui attivi fissata dal ministero dell’Economia e delle Finanze. Per questi enti si prospetta l’obbligo di cedere la riscossione coattiva ad AMCO, la società pubblica specializzata nella gestione dei crediti deteriorati. Complessivamente, ben 1.285 Comuni registrano un tasso di smaltimento inferiore al 50%. Le somme non incassate da questi Comuni ammontano a 11,8 miliardi. Lo rivela una ricerca del Centro Studi Enti Locali che ha analizzato i rendiconti di gestione dei Comuni italiani del quadriennio 2022-2025 alla luce dei nuovi parametri introdotti dal Decreto-legge n. 144/2026.
La frattura Nord-Sud: il 72,7% delle bocciature nel Mezzogiorno
I dati mettono in luce un marcato divario territoriale nell’efficienza della riscossione. Su 656 Comuni bocciati, ben 477 si trovano nel Mezzogiorno (il 72,7% del totale degli enti sotto soglia). Seguono le regioni del Centro ed il Nord. La Calabria guida la classifica negativa con il 27,9% di Comuni sotto soglia, seguita da Campania (27%), Molise (18,4%), Sicilia (17,8%), Lazio (15,1%), Puglia (14,8%) e Sardegna (13%).
Incidenze inferiori al 3% si riscontrano in Lombardia (1,5%), Emilia-Romagna (0,9%), Trentino-Alto Adige (0,7%), Piemonte (2,1%), Friuli-Venezia Giulia (2,3%) e Veneto (2,7%). La severità della crisi è confermata dalla profondità del ritardo: 371 Comuni (più della metà della platea sotto soglia) registrano un tasso di smaltimento inferiore al 25%, 281 sono sotto il 20% e 197 non raggiungono neppure il 15%.
Il peso della massa finanziaria: il “caso Roma” e la classifica dei crediti incagliati
Sebbene il Sud raccolga il maggior numero di enti in difficoltà, la concentrazione dei volumi finanziari mostra una geografia differente. Sugli 11,8 miliardi di euro complessivi di residui accumulati dai 656 Comuni destinati al passaggio ad AMCO, ben 7,5 miliardi fanno capo a enti del Centro Italia. A sbilanciare il dato è Roma Capitale, che da sola accumula 6,35 miliardi di euro di residui attivi e registra un tasso di smaltimento inferiore al 20%.
Tra le grandi città si osserva una marcata divergenza. Napoli e Milano, pur gestendo volumi finanziari imponenti (rispettivamente 1,1 miliardi e 575 milioni di euro in residui attivi), superano ampiamente la soglia del 35% e vengono promosse con tassi del 58% la città partenopea e del 74% il capoluogo lombardo.
Subito dopo Roma, la seconda città bocciata per ammontare di crediti è Reggio Calabria (505 milioni di euro, tasso al 13%), seguita da Taranto (202,5 milioni, 27%), Giugliano in Campania (145,6 milioni, 34%) e Fiumicino (119,9 milioni, 32%). Seguono in classifica Mazara del Vallo (112,4 milioni), Siracusa (109,4 milioni), Catanzaro (106,9 milioni), Corigliano-Rossano (96,2 milioni) e Viareggio (86,2 milioni).
I nuovi criteri di calcolo
La nuova disciplina valuta la capacità di riscossione prendendo a riferimento il triennio 2023-2025. L’indicatore, dice il Centro studi, si calcola come complemento del rapporto tra i residui attivi finali e quelli iniziali del periodo, attribuendo una ponderazione decrescente agli esercizi: 100% per l’ultimo anno, 50% per il secondo e 25% per il primo.
I dubbi sui nuovi indicatori
Tuttavia, il Centro Studi Enti Locali ha sollevato importanti dubbi metodologici sull’efficacia dell’indicatore contabile. Una riduzione formale dei residui attivi potrebbe derivare da operazioni di stralcio o pulizia contabile anziché da un reale incasso di cassa. Gli enti locali, proprio in virtù della modifica apportata, potrebbero decidere di accelerare i recuperi. Un Comune che decida di intensificare l’attività di accertamento dei tributi evasi vedrà aumentare temporaneamente la propria massa di residui attivi. Di conseguenza, sostiene in Centro studi, il sistema di calcolo registrerà un peggioramento dell’indice, penalizzando paradossalmente proprio gli enti che avviano un recupero incisivo dell’evasione.







