Francesco Totti senza freni su Noemi: «Al primo bacio mi chiedevo: occhi aperti oppure chiusi?». Poi la bomba sul ritorno in Serie A

Noemi Bocchi e Francesco Totti

Francesco Totti racconta Francesco Totti come probabilmente non aveva mai fatto. E questa volta, oltre al calcio e alla Roma, ci sono Noemi Bocchi, il loro primo bacio, la morte del padre Enzo e persino un incredibile ritorno in Serie A sfiorato quando aveva già 48 anni. Le rivelazioni arrivano da “Oltre”, la nuova autobiografia dello storico numero 10 giallorosso, nella quale Totti riparte esattamente dal punto in cui sembrava essersi conclusa la sua storia pubblica: il 29 maggio 2017, il giorno dopo l’ultima partita con la Roma. Da allora è successo di tutto. Ma il racconto destinato inevitabilmente a fare più rumore è quello dell’inizio della storia con Noemi.

Poi quel bacio in macchina

Totti ricorda lo scambio dei numeri e soprattutto le prime impressioni: Noemi era «bionda», «bellissima», ma anche dolce, intelligente e interessante. Il rapporto, racconta, sarebbe cresciuto gradualmente e il primo bacio sarebbe arrivato molto tempo dopo. La scena sembra quasi quella di una commedia romantica: Roma, Piazza del Popolo, un’automobile ferma nella penombra e due adulti improvvisamente tornati adolescenti.

È proprio Totti a raccontare l’emozione e soprattutto i dubbi che gli attraversavano la testa. Chi avrebbe dovuto fare la prima mossa? Occhi aperti oppure chiusi? E se il bacio non fosse piaciuto a lei? Per uno che nella sua carriera ha calciato rigori davanti a decine di migliaia di persone, compreso quello decisivo contro l’Australia ai Mondiali del 2006, il primo bacio con Noemi sembra essere stato una prova persino più complicata. Alla fine, racconta Totti, arrivò «il bacio giusto al momento giusto». E la loro storia cominciò davvero.

Totti a 48 anni poteva tornare in Serie A

Ma dentro “Oltre” c’è anche una rivelazione calcistica sorprendente. Perché quello che sembrava uno scherzo, a quanto racconta l’ex capitano, rischiò seriamente di trasformarsi in realtà: Francesco Totti poteva tornare a giocare in Serie A a 48 anni. Le squadre interessate sarebbero state addirittura due: Genoa e Como.

Totti racconta che tutto sarebbe nato dalle partite di calciotto che continuava a disputare dopo il ritiro. Segnava ancora, il piede era quello di sempre e lui scherzava nelle interviste dicendosi pronto a tornare. Qualcuno, però, avrebbe preso quelle parole molto sul serio.

Secondo il suo racconto, i dirigenti del Genoa lo contattarono direttamente e gli chiesero se volesse davvero tentare l’impresa. In panchina c’era Alberto Gilardino, suo compagno nella Nazionale campione del mondo del 2006, che avrebbe continuato a pungolarlo anche attraverso WhatsApp.

Totti non liquidò immediatamente la proposta. Al contrario, cominciò ad allenarsi sul serio. Calciotto, tre sedute settimanali in palestra, due appuntamenti con il fisioterapista e dieta. Via pane e dolci. Il fisico, nonostante qualche inevitabile acciacco, rispondeva meglio del previsto. Per qualche tempo il ritorno smise di sembrare soltanto una provocazione.

«Il Genoa mi voleva davvero». Ma c’era un ostacolo insuperabile

Totti racconta di aver pensato seriamente alla proposta. Marassi gli piaceva, conosceva la passione del pubblico genoano e proprio contro il Genoa aveva disputato l’ultima partita della sua carriera con la maglia della Roma. Poi sarebbe arrivato anche l’interesse del Como allenato da Cesc Fabregas.

Il problema, però, non erano i 48 anni. Non erano la schiena, la condizione atletica o il ritmo della Serie A. Era la Roma. Totti poteva immaginare di rimettersi gli scarpini, ma non riusciva a immaginarsi con un’altra maglia. E alla fine disse no. «Un tradimento sportivo non ha età, che siano 18 o 48 anni», scrive. Una frase che probabilmente spiega meglio di qualsiasi altra perché il ritorno più incredibile del calcio italiano sia rimasto soltanto una possibilità.

La telefonata che gli cambiò la vita

Nel libro c’è infine il Totti più doloroso, quello che racconta la morte del padre Enzo, lo “Sceriffo”, portato via dal Covid nel 2020. Il ricordo parte da una telefonata. Dall’altra parte c’era il medico che seguiva suo padre allo Spallanzani. Bastò una parola, «purtroppo», perché Francesco capisse immediatamente cosa fosse successo.

Totti descrive quel momento come il crollo improvviso del proprio mondo. Il padre se n’era andato dopo essere stato intubato, sconfitto dal Covid che non gli aveva più permesso di respirare. Ed è forse qui che il titolo “Oltre” acquista il suo significato più profondo.

Perché il Totti raccontato in queste pagine non è più soltanto il numero 10, il capitano della Roma o il campione del mondo. È un uomo costretto a capire che cosa sarebbe rimasto oltre il calcio, attraversando la fine di una carriera, la perdita del padre, la nascita di un nuovo amore e persino la tentazione di tornare, quasi a cinquant’anni, nel luogo in cui per una vita si era sentito invincibile.

Con una certezza che, alla fine, non sembra essere mai cambiata: il pallone poteva ancora chiamarlo. Ma per convincerlo a indossare una maglia diversa da quella della Roma non è bastata neppure la Serie A.