Trump-Hegseth, scontro sugli arsenali Usa svuotati dalla guerra in Iran: «Mi avete ingannato», poi la Casa Bianca smentisce

Donald Trump, Ipa @lacapitalenews.it

Donald Trump avrebbe perso la pazienza davanti a Pete Hegseth per una questione che tocca direttamente la capacità militare degli Stati Uniti: gli arsenali americani ridotti dopo mesi di guerra con l’Iran. Il confronto, secondo una ricostruzione del Washington Post, sarebbe avvenuto durante una riunione a Camp David, dove il presidente avrebbe chiesto al capo del Pentagono perché nessuno lo avesse informato con sufficiente chiarezza della gravità della situazione.

La Casa Bianca nega che lo scontro sia mai avvenuto. Il Pentagono parla di una ricostruzione inventata. Ma il caso non si chiude, anche perché Trump, dopo la pubblicazione del retroscena, ha reagito promettendo conseguenze durissime contro chi ha fornito informazioni riservate ai giornalisti. Il presidente ha inoltre assicurato che gli Stati Uniti possiedono ancora grandi quantità di munizioni e che nuove forniture arriveranno rapidamente.

Trump-Hegseth, il faccia a faccia a Camp David

Il cuore del retroscena riguarda la riunione che Trump ha tenuto venerdì scorso a Camp David. Due fonti a conoscenza della conversazione hanno raccontato al quotidiano americano che il presidente avrebbe affrontato direttamente Hegseth chiedendogli spiegazioni sulle carenze di munizioni, in particolare missili guidati a lunga gittata e intercettori per la difesa aerea.

Trump, sempre secondo le fonti, avrebbe manifestato la convinzione che il problema delle scorte fosse già stato risolto. Di fronte alla situazione reale, avrebbe quindi chiesto perché nessuno gli avesse rappresentato con precisione la portata della crisi. Hegseth avrebbe respinto su di sé la responsabilità e indicato nel vice segretario alla Difesa Stephen Feinberg uno dei responsabili della mancata informazione al presidente.

La Casa Bianca respinge completamente questa ricostruzione. La portavoce Karoline Leavitt, presente a Camp David, sostiene che il confronto non sia mai avvenuto. Anche il portavoce del Pentagono Sean Parnell nega che Hegseth abbia nascosto informazioni a Trump o abbia attribuito responsabilità a Feinberg.

Gli arsenali Usa sotto pressione dopo la guerra con l’Iran

Dietro lo scontro politico resta però un problema militare concreto: gli Stati Uniti hanno consumato una quantità enorme di munizioni dall’inizio del conflitto con l’Iran. Nel primo mese di combattimenti, secondo i dati riportati dal Washington Post, le forze americane hanno utilizzato più di 850 missili da crociera Tomahawk e oltre mille intercettori Patriot e THAAD. A questi si aggiungono più di 1.300 missili tattici dell’Esercito impiegati nelle prime settimane.

Particolarmente critica risulterebbe la situazione degli ATACMS, missili balistici tattici richiesti anche dall’Ucraina. Una fonte citata dal quotidiano americano descrive le disponibilità come praticamente esaurite. Le difficoltà riguardano anche gli intercettori per la difesa aerea, cioè le armi necessarie per abbattere missili e droni nemici prima che raggiungano i loro bersagli.

Le carenze non nascono con l’ultima fase della guerra. Già prima dell’inizio delle operazioni contro l’Iran i vertici militari avevano avvertito Trump che le scorte disponibili non avrebbero sostenuto facilmente un conflitto prolungato. La rapidità con cui Washington ha utilizzato missili offensivi e difensivi ha però aggravato il problema.

Il Pentagono chiede altri 67 miliardi di dollari

Hegseth, Feinberg e il presidente dei Joint Chiefs of Staff, generale Dan Caine, hanno chiesto al Congresso 67 miliardi di dollari aggiuntivi per coprire i costi della guerra con l’Iran e ricostituire gli arsenali. Il Pentagono considera l’intervento urgente, ma il Congresso non ha ancora definito il percorso per approvare il pacchetto.

L’amministrazione Trump ha inoltre presentato una richiesta complessiva per la Difesa da 1.500 miliardi di dollari per il prossimo anno fiscale, comprendendo decine di miliardi destinati alla produzione di nuovi missili. Ma il denaro da solo non risolve il problema nel breve periodo: alcuni sistemi complessi richiedono fino a due anni tra contratto, produzione e consegna.

Questo significa che Washington può stanziare risorse immediatamente senza riuscire a ricostruire altrettanto velocemente le proprie riserve. La pressione riguarda anche gli alleati. L’Ucraina, in particolare, continua a chiedere sistemi di difesa aerea mentre gli Stati Uniti devono contemporaneamente proteggere le proprie forze e sostenere le operazioni in Medio Oriente.

Trump nega la crisi e promette la caccia alle talpe

Dopo la pubblicazione del retroscena, Trump ha reagito su Truth Social assicurando che gli Stati Uniti dispongono di grandi quantità di munizioni e che nuova produzione entrerà presto nella catena delle forniture. Subito dopo ha spostato l’attenzione sulle fughe di notizie, annunciando una caccia ai responsabili e invocando pene severe.

Il presidente ha poi ribadito pubblicamente la propria fiducia in Hegseth, definendosi estremamente soddisfatto del suo lavoro. È un passaggio politico importante perché il capo del Pentagono resta uno degli uomini più esposti dell’amministrazione dopo mesi di polemiche e dopo le tensioni interne sulla gestione della guerra.

La vicenda lascia quindi due piani distinti. Sul primo resta una ricostruzione giornalistica che Casa Bianca e Pentagono contestano integralmente. Sul secondo rimane un dato strategico più difficile da cancellare: la guerra con l’Iran ha consumato enormi quantità di armamenti e Washington deve ora ricostituire scorte che l’industria militare non può rimpiazzare in poche settimane.