Donald Trump ha bisogno di una vittoria. Non una vittoria militare, perché la guerra con l’Iran non ha prodotto il crollo del regime degli ayatollah né la distruzione definitiva del programma nucleare di Teheran. Ha bisogno soprattutto di una vittoria politica, qualcosa che possa essere raccontato agli elettori americani come il risultato concreto di un conflitto che gran parte dell’opinione pubblica ha guardato con diffidenza fin dal primo giorno.
È questa la chiave con cui leggere le indiscrezioni circolate nelle ultime settimane sull’eventuale allargamento degli Accordi di Abramo. Per la Casa Bianca non si tratterebbe soltanto di un’iniziativa diplomatica, ma del tentativo di trasformare un accordo con l’Iran che rischia di apparire debole in un successo storico capace di cambiare gli equilibri del Medio Oriente.
Emergono i dettagli su negoziato con Teheran
Il problema per Trump è che, man mano che emergono i dettagli del possibile negoziato con Teheran, aumenta il numero di coloro che vedono inquietanti somiglianze con il Jcpoa, il contestato accordo nucleare firmato da Barack Obama nel 2015 e demolito per anni dallo stesso Trump durante le sue campagne elettorali. Se alla fine del percorso gli Stati Uniti dovessero ottenere soltanto una sospensione temporanea dell’arricchimento dell’uranio, qualche garanzia aggiuntiva sulle ispezioni e la riapertura delle trattative economiche, la domanda diventerebbe inevitabile: perché combattere una guerra per arrivare a un risultato non troppo distante da quello che esisteva già?
L’attacco di Mike Pompeo
È proprio questo interrogativo che alimenta le critiche provenienti da una parte consistente del Partito Repubblicano. Mike Pompeo, uno degli uomini simbolo della prima amministrazione Trump, ha attaccato duramente l’ipotesi di un accordo, sostenendo che rischierebbe di rafforzare economicamente i pasdaran senza eliminare realmente la minaccia nucleare iraniana. Sulla stessa linea si sono mossi diversi esponenti conservatori, da Ted Cruz a Lindsey Graham, mentre il presidente della Commissione Forze Armate del Senato Roger Wicker ha definito pericolosa qualsiasi tregua costruita sulla fiducia nei confronti della Repubblica islamica.
Divergenza strategica e preoccupazione politica
Dietro queste critiche non c’è soltanto una divergenza strategica. C’è soprattutto una preoccupazione politica. La base Maga ha sempre guardato con sospetto alle guerre in Medio Oriente e molti elettori trumpiani faticano a comprendere quale sia stato il reale vantaggio ottenuto dagli Stati Uniti dopo mesi di tensioni militari. Se il risultato finale dovesse essere un Iran ancora in piedi, ancora in possesso del proprio know-how nucleare e persino alleggerito dal peso delle sanzioni, la Casa Bianca avrebbe enormi difficoltà a presentare il conflitto come un successo.
Trump si rifugia negli Accordi di Abramo
Per questo Trump starebbe cercando di spostare il baricentro della narrazione sugli Accordi di Abramo. L’idea sarebbe quella di utilizzare la conclusione della crisi iraniana come occasione per allargare il processo di normalizzazione dei rapporti con Israele ad altri Paesi della regione. Arabia Saudita, Qatar, Pakistan e perfino Turchia vengono indicati come possibili interlocutori di un progetto che, se dovesse concretizzarsi, rappresenterebbe effettivamente una svolta storica.
Il punto è che proprio questa prospettiva appare oggi estremamente complicata. Molti governi arabi continuano a considerare centrale la questione palestinese e difficilmente accetterebbero di compiere passi decisivi verso Israele mentre proseguono le operazioni militari nella regione e resta irrisolta la prospettiva di uno Stato palestinese. In altre parole, il successo diplomatico di cui Trump avrebbe bisogno potrebbe rivelarsi molto più difficile da ottenere rispetto alla firma di un semplice accordo con Teheran.
Il vero timore della Casa Bianca
Se l’intesa con l’Iran non verrà percepita come una vittoria e se l’allargamento degli Accordi di Abramo resterà soltanto una promessa, il presidente rischia di ritrovarsi senza alcun risultato storico da esibire. Una prospettiva che pesa non soltanto sulla sua immagine internazionale, ma anche sulle elezioni di medio termine che potrebbero trasformarsi nel primo vero referendum politico sulla sua seconda presidenza.







