L’Italia e l’ossessione del tormentone estivo: tutti lo rinnegano, ma ogni anno finiamo sempre per farne la colonna sonora della nostra vacanza

Ogni estate facciamo finta di essere diventati adulti. Ci raccontiamo che il tormentone è morto, che ormai il pubblico ascolta altro, che gli artisti non vogliono più farsi imprigionare dalla canzone da ombrellone e che l’industria musicale ha superato quella vecchia ossessione da jingle balneare. Poi arrivano giugno, luglio, le classifiche degli streaming e la verità torna a galla con la puntualità di un treno regionale in ritardo: il tormentone estivo è vivo, vegeto e probabilmente più furbo di prima.

Non si presenta più sempre con il costume fluorescente e il ritornello da villaggio turistico, ma cambia maschera, si dà un tono, finge di essere urban, pop sofisticato, latin elegante, bossa contemporanea. Alla fine, però, il meccanismo resta quello: tre minuti pensati per entrare in testa, restarci fino a settembre e trasformare l’estate in una playlist obbligatoria.

All’estero le canzoni dell’estate esistono, certo, ma raramente diventano un rito nazionale con lo stesso livello di accanimento. In Italia, invece, il tormentone è quasi una categoria dello spirito. Lo si critica, lo si deride, lo si analizza con sdegno da salotto, ma poi lo si canta al supermercato, in macchina, al bar, sulla spiaggia e dentro quei video social in cui tutti sembrano vivere una vacanza molto più felice della nostra. Gli artisti lo negano, le case discografiche fanno le vaghe, ma basta guardare i brani più ascoltati per capire che il vecchio istinto non è mai sparito. Si è solo aggiornato al linguaggio degli stream, dei reel e degli algoritmi.

Lo spagnolo che fa subito vacanza

Il primo indizio è sempre lo stesso: l’estate italiana, da qualche anno, parla spagnolo anche quando non ne avrebbe alcun bisogno. Il suono latin continua a dominare, come se il pop italiano non riuscisse più a immaginare il caldo senza un accento caraibico, un battito reggaeton, un titolo mezzo iberico o una chitarra che promette spiagge lontane anche se poi la ascoltiamo fermi al semaforo in tangenziale. Fred De Palma con Anitta, Emis Killa con La testa gira, Irama con Cabana, Serena Brancale con Delia, Samurai Jay e Vito Salamanca con Flamenco paranoia: il richiamo al Sud America e ai suoi colori resta una formula quasi infallibile, anche quando sembra più un arredamento sonoro che una vera necessità artistica.

La cosa interessante è che perfino chi resta dentro il proprio mondo finisce spesso per strizzare l’occhio alla stagione. I Pinguini Tattici Nucleari scelgono Sorry scusa lo siento, e già nel titolo c’è abbastanza turismo linguistico da riempire un duty free. Gaia punta su Bossa nostra, Francesco Gabbani su Summer funk, mentre altri preferiscono infilare atmosfere brasiliane, spagnolismi o richiami esotici come spezie su un piatto che, senza quelle, rischierebbe di sembrare troppo normale. Non è necessariamente un male. È solo il segno di un automatismo: per essere estate, una canzone italiana sembra dover mostrare il passaporto.

La felicità obbligatoria dei tormentoni estivi

Il vero tratto distintivo del tormentone, però, non è soltanto il ritmo. È l’atmosfera. Molte canzoni estive sembrano costruite attorno a una specie di euforia prescritta dal medico: bisogna essere leggeri, disponibili, abbronzati, innamorati, ballabili, possibilmente con un cocktail in mano e un tramonto alle spalle.

La musica diventa colonna sonora di una felicità obbligatoria, perfetta per Instagram e leggermente ricattatoria per chi, magari, l’estate la vive lavorando, sudando in città o guardando gli altri divertirsi dal display del telefono. Il messaggio implicito è sempre quello: se non ti diverti, il problema sei tu. È qui che il tormentone mostra il suo lato più interessante e anche più ambiguo.

Da una parte offre evasione, gioco, leggerezza, il diritto sacrosanto di non trasformare ogni canzone in un trattato sulla crisi dell’Occidente. Dall’altra rischia di ridurre l’estate a una scenografia preconfezionata: mare, pelle, desiderio, notti lunghe, malinconia addomesticata e quella sensazione di festa permanente che spesso somiglia più a un obbligo sociale che a una vera liberazione. Non si chiede alla musica estiva di essere triste, ci mancherebbe. Ma ogni tanto viene il dubbio che sotto tutta questa allegria da cartolina ci sia una gran paura del silenzio.

Sanremo, estate e il collo di bottiglia della musica italiana

La verità è che il tormentone continua a essere uno dei motori principali dell’industria musicale italiana perché la nostra industria, piaccia o no, gira ancora attorno a due grandi stagioni: Sanremo e l’estate. Chi entra bene in uno di questi due momenti conquista attenzione, passaggi radiofonici, playlist, concerti, date, ospitate e visibilità. Chi resta fuori rischia di sparire in fretta, inghiottito da un mercato che consuma tutto velocemente e perdona poco. È per questo che quasi tutti, prima o poi, cedono alla tentazione. Magari lo fanno con eleganza, magari con ironia, magari fingendo che non sia quello l’obiettivo. Ma l’obiettivo, spesso, è proprio quello.

Annalisa con Canzone estiva sembrava quasi dichiararlo già dal titolo, salvo poi giocare su un terreno meno scontato di quanto apparisse. Angelina Mango e Marco Mengoni con Canto d’amore restano dentro un universo più coerente con le rispettive identità artistiche, così come Jovanotti e Alfa con Buon vento non sembrano avventurarsi in territori sconosciuti. Ma il quadro generale non cambia: l’estate continua a esercitare una forza magnetica su tutti. Anche chi non vuole fare il tormentone finisce per dialogare con quel formato, per sfiorarlo, per sfidarlo o per usarne almeno qualche ingrediente.

Tutti lo criticano, nessuno riesce a farne a meno

Il paradosso è proprio questo: il tormentone estivo è il genere musicale più rinnegato e insieme più inseguito d’Italia. Nessuno vuole ammettere di averlo costruito a tavolino, ma tutti sanno quanto possa valere un ritornello capace di diventare abitudine collettiva. Lo critichiamo perché spesso è ripetitivo, furbo, costruito per funzionare più che per durare. Ma continuiamo ad ascoltarlo perché risponde a un bisogno semplice: dare un suono ai mesi in cui fingiamo di poter essere più leggeri del resto dell’anno.

Forse il tormentone è davvero un fenomeno molto italiano perché l’Italia ha ancora bisogno di trasformare una canzone in rito popolare. Una cosa che passa dalle radio alle spiagge, dai bar ai supermercati, dalle storie Instagram alle feste di paese. Si può storcere il naso, lamentarsi dei ritmi latini, delle parole in spagnolo, delle rime telefonate e delle melodie che sembrano progettate per sopravvivere al cervello di chi ascolta. Poi arriva luglio, parte il ritornello giusto e ci ritroviamo tutti a canticchiarlo senza nemmeno ricordare quando abbiamo iniziato.