Conte sfida Schlein nel campo largo: sicurezza sì, patrimoniale no e M5S «non di sinistra» ma progressista

Schlein scavalca Conte nelle primarie del campo largo

Il campo largo è entrato nella fase in cui gli slogan non bastano più. Dopo mesi di opposizione comune al governo Meloni, Pd, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e pezzi del mondo centrista devono cominciare a trasformare la protesta in una proposta di governo. Ed è proprio qui che la partita si complica.

Perché Giuseppe Conte, mentre continua a parlare da alleato di Elly Schlein, si muove sempre più da aspirante leader della coalizione. Non rompe, non strappa, non dichiara guerra al Pd. Fa qualcosa di politicamente più insidioso: marca il territorio, sceglie i temi, corregge la linea e prova a parlare a un elettorato che non vuole essere ingabbiato nella sinistra tradizionale.

Intervistato da Bruno Vespa a Manduria, il presidente del Movimento 5 Stelle ha indicato la sicurezza come uno dei pilastri della proposta alternativa al centrodestra. Un tema che per anni la sinistra ha spesso lasciato alla destra e che Conte ora prova a sottrarre a Meloni, Salvini e Vannacci. Per l’ex presidente del Consiglio la sicurezza «riguarda tutti» e non può essere consegnata a una maggioranza che, a suo giudizio, «ha fallito». È un messaggio rivolto al Paese, ma anche al Pd: se il campo largo vuole vincere, non può limitarsi alle battaglie identitarie.

Conte non vuole essere la copia del Pd

La frase più politica arriva quando Conte definisce il Movimento 5 Stelle «non di sinistra», ma «progressista» e «radicale». Una distinzione tutt’altro che nominale. Il leader pentastellato sa che per competere con Schlein dentro il fronte progressista deve evitare l’abbraccio mortale del Pd. Deve restare alleato, ma diverso. Deve partecipare al campo largo, ma senza sembrarne una corrente esterna. «Mica possiamo essere la fotocopia del Pd», è il senso della linea che emerge dalle sue parole.

È anche per questo che Conte prende le distanze dalla patrimoniale evocata dal fronte più a sinistra della coalizione. L’idea piace ad Alleanza Verdi e Sinistra e non viene trattata come un tabù da Romano Prodi, che ha parlato di un possibile «contributo delle persone che più hanno», pur aggiungendo con realismo: «Siccome non si riesce a fare la patrimoniale, non facciamola». Conte, invece, taglia corto: «Io l’ho studiata in silenzio quando ero a Palazzo Chigi, ma poi l’ho buttata via». La bocciatura è netta e serve a mandare un segnale preciso agli elettori moderati, ai ceti produttivi e a quella parte del Paese che diffida delle parole d’ordine fiscali troppo ideologiche.

Sicurezza e fisco, i due terreni della distanza da Schlein

La sicurezza diventa così il primo terreno su cui Conte prova a costruire una leadership più larga del recinto progressista classico. La patrimoniale, invece, diventa il tema su cui segna la distanza dal Pd e dalla sinistra ecologista. In mezzo c’è la vera questione del campo largo: come si tiene insieme una coalizione che deve parlare agli elettori di Schlein, a quelli di Conte, ai sindaci civici, alla sinistra radicale e a un centro ancora senza casa?

Conte sembra avere una risposta molto chiara: il Movimento 5 Stelle deve restare autonomo e riconoscibile. Populista? Lui preferisce dire popolare. Una distinzione che racconta bene la sua ambizione. Vuole parlare alla rabbia sociale senza farsi schiacciare sull’estremismo, usare i temi della protezione e della sicurezza senza regalare la scena alla destra, rivendicare la radicalità senza diventare una costola del Pd.

Anche sulla politica estera l’ex premier tenta di sottrarsi agli accostamenti più scomodi. Di fronte alle posizioni di Roberto Vannacci sulla guerra in Ucraina, Conte rivendica di aver sostenuto le sanzioni e di aver «condannato l’aggressione orribile di Putin». È una precisazione necessaria, soprattutto mentre nel Pd qualcuno, come Filippo Sensi, gli attribuisce «una forte pulsione di destra su tanti temi». Conte respinge l’accusa e rovescia il ragionamento: per lui Vannacci è «il frutto dei fallimenti di Meloni».

La sfida sotterranea con Schlein

Il leader del M5S intanto macina chilometri, presenta il suo libro, riempie sale, firma copie, scatta selfie e presidia ogni appuntamento utile alla costruzione dell’alternativa. È stato al battesimo del Progetto civico di Alessandro Onorato e sarà il 19 giugno ai 125 anni della Fiom-Cgil, in una triplice intervista con Elly Schlein e Nicola Fratoianni condotta da Marco Damilano. Il messaggio è evidente: Conte vuole esserci ovunque si costruisca il possibile fronte anti-Meloni.

I sondaggi, poi, alimentano le sue ambizioni. A Campo Marzio li leggono con attenzione quasi religiosa. Uno in particolare lo descrive come il leader più apprezzato dagli under 25; un altro, firmato Demopolis, indica il Movimento 5 Stelle come primo partito se votassero soltanto gli elettori sotto i trent’anni. Certo, sopra quella soglia Giorgia Meloni resta molto più forte e Conte arretra, ma il dato generazionale basta al suo entourage per sostenere che la premier abbia individuato in lui l’avversario più temibile.

Anche lo scontro social con Meloni viene letto in questa chiave. La presidente del Consiglio lo ha attaccato su X accusandolo di fare politica con «mistificazioni della realtà e fake news» dopo un montaggio del suo intervento alla Camera. Conte si è mostrato irritato, ma nel suo ambiente il messaggio è stato accolto quasi come una conferma: se Meloni trova il tempo di seguire i suoi post, significa che lo considera un avversario da colpire.

Il campo largo cerca un capo prima ancora di un programma

Il punto è proprio questo. Il campo largo deve ancora scrivere un programma credibile, ma già si intravede la competizione per guidarlo. Schlein ha la guida del Pd, Conte ha un partito che vuole restare autonomo e una capacità di polarizzazione che il Nazareno osserva con crescente attenzione. Avs spinge sui temi identitari, ambientali e fiscali. I centristi temono lo spostamento verso il populismo e guardano con sospetto l’abbraccio tra dem e Cinque Stelle.

In questa geometria instabile, Conte prova a presentarsi come l’uomo capace di parlare a più mondi: ai giovani, ai delusi, ai ceti popolari, a chi chiede protezione, a chi non si riconosce nella destra ma nemmeno nella sinistra classica. Per questo dice sì alla sicurezza, no alla patrimoniale e rivendica un Movimento «progressista» ma non «di sinistra». È una linea pensata per competere con Schlein senza rompere il campo largo, almeno per ora.

Resta da capire se questa strategia basterà a costruire un’alternativa di governo o finirà per rendere ancora più evidente la fragilità della coalizione. Perché il problema del campo largo non è soltanto battere Giorgia Meloni. È decidere chi comanda, con quale programma e con quale idea di Paese. E Conte, da Manduria a Milano, sembra aver già cominciato la sua campagna per rispondere alla prima domanda.