Campo largo, la bomba Ucraina esplode tra Conte e Schlein: il 91,7% del M5S dice basta alle armi a Kiev. E adesso come governano insieme?

Campo Largo, c’è Putin tra Conte e Schlein

Il problema del campo largo si può riassumere in un numero: 91,7 per cento. È la percentuale con la quale gli iscritti del Movimento 5 Stelle che hanno partecipato alla consultazione sull’Ucraina hanno affidato a Giuseppe Conte un mandato politico difficilmente equivocabile: portare al tavolo della futura coalizione la posizione secondo cui bisogna smettere di continuare a inviare armi a Kiev perché, secondo il documento pentastellato, proseguire su questa strada «significa allontanare la pace». Non si tratta di una sfumatura lessicale da sistemare durante una riunione tra segretari, ma di una differenza che riguarda uno degli elementi fondamentali della politica estera italiana e che rischia di trasformarsi in uno dei nodi più complicati dell’alleanza che Pd, M5S e altre forze stanno cercando di costruire in vista delle prossime elezioni.

Una coalizione può discutere per settimane di primarie, leadership, candidature e collegi, così come può cercare compromessi su tasse, pensioni, infrastrutture e politiche sociali. Se aspira a governare, però, prima o poi deve rispondere anche a una domanda molto concreta: che cosa farà l’Italia sull’Ucraina? Su questo terreno Partito democratico e Movimento 5 Stelle continuano a partire da posizioni differenti e il risultato uscito da Nova, anziché attenuare la distanza, consegna a Conte un argomento politico in più da utilizzare nel confronto con gli alleati.

M5S, il 91,7% dice basta alle armi all’Ucraina

I risultati della consultazione presentata durante Nova, la convention pentastellata di Milano, lasciano poco spazio alle interpretazioni sulla posizione degli iscritti che hanno partecipato al voto. Sul quesito relativo all’Ucraina hanno votato 39.770 persone, pari al 37,2% dei 106.829 aventi diritto: 36.461 hanno approvato la proposta e 3.309 l’hanno respinta, portando il risultato finale al 91,7% di voti favorevoli.

Ancora più netto il pronunciamento sul riarmo europeo: il 94,1% dei partecipanti ha approvato la contrarietà al piano di riarmo dell’Unione, mentre il 91,8% ha sostenuto il no all’aumento della spesa per la difesa. Percentuali quasi plebiscitarie tra coloro che hanno preso parte alla consultazione, anche se il dato sull’affluenza impone naturalmente di distinguere il voto degli iscritti partecipanti dall’orientamento dell’intero elettorato pentastellato. Politicamente, però, quei numeri pesano perché Conte non li considera un semplice sondaggio interno, ma il mandato con il quale intende presentarsi al confronto con le altre forze del centrosinistra.

Conte avverte gli alleati: «Non diluirò questo mandato»

Il presidente del Movimento 5 Stelle ha già chiarito quale valore attribuisce al risultato. Conte ha parlato di un «mandato chiaro e ben preciso», sostenendo la necessità di costruire percorsi di pace e ribadendo la contrarietà del Movimento all’economia di guerra e al riarmo. Il passaggio politicamente più importante riguarda però direttamente gli alleati: il leader pentastellato ha spiegato che quel mandato lo responsabilizza e che intende assolverlo con «determinazione, fermezza e chiarezza», aggiungendo di non essere disponibile a «diluirlo» nel consueto gioco delle mediazioni politiche.

È qui che il risultato di Nova comincia a pesare sulla costruzione del campo largo. Il Movimento non sembra intenzionato a presentarsi al tavolo della coalizione per depositare il proprio no alle armi e poi accantonarlo in nome dell’accordo elettorale. Conte vuole trasformare quella posizione in uno dei punti della trattativa sul programma e questo costringerà inevitabilmente il Partito democratico e le altre forze dell’alleanza a misurarsi con una divergenza che finora poteva essere rinviata, ma che diventerebbe molto più difficile da gestire nell’eventualità di una futura esperienza di governo.

Pd e Cinque Stelle, il compromesso sull’Ucraina ancora non c’è

Elly Schlein ha scelto finora la strada del dialogo, sostenendo che le forze alleate dovranno discutere un programma comune e manifestando fiducia nella possibilità di trovare un accordo. Il voto di Nova rende però quel lavoro più complesso, perché Conte non arriva più al tavolo soltanto con la posizione personale del presidente del M5S, ma con un pronunciamento nettissimo degli iscritti che hanno partecipato alla consultazione e con l’impegno pubblico a non annacquarne il significato.

Il problema riguarda soprattutto quella parte del Pd che considera essenziale proseguire il sostegno militare all’Ucraina. Il senatore dem Filippo Sensi aveva già criticato duramente l’impostazione pentastellata e, dopo la pubblicazione dei risultati, ha ironizzato sulle percentuali ottenute dai quesiti del Movimento. Al di là dello scontro polemico, la questione politica resta intatta: una parte importante del Partito democratico continua a considerare il sostegno a Kiev un elemento centrale della collocazione internazionale dell’Italia, mentre la base pentastellata che ha partecipato al voto ha consegnato a Conte un mandato esattamente contrario alla prosecuzione dell’invio delle armi.

All’opposizione si può votare divisi, al governo bisogna scegliere

Finché Pd, Movimento 5 Stelle e gli altri potenziali alleati siedono all’opposizione, la divergenza può essere gestita attraverso risoluzioni differenti, voti parlamentari non coincidenti e dichiarazioni pubbliche destinate ai rispettivi elettorati. Le stesse forze possono poi ritrovarsi insieme su sanità, salario minimo, lavoro o politiche sociali senza che la distanza sull’Ucraina impedisca necessariamente una collaborazione parlamentare. Un eventuale governo, però, avrebbe esigenze molto diverse, perché dovrebbe esprimere una posizione unitaria nei Consigli europei, nelle sedi Nato e in Parlamento, oltre a decidere concretamente che cosa fare davanti a nuovi provvedimenti riguardanti gli aiuti militari.

È questo il punto sul quale il campo largo dovrà prima o poi trovare una sintesi reale e non soltanto elettorale. Sul sostegno militare a Kiev servirà una decisione e il 91,7% uscito da Nova rende molto più difficile immaginare che Conte possa entrare in una futura coalizione mettendo semplicemente la questione nel cassetto. Allo stesso tempo, non esistono oggi elementi per stabilire quale compromesso potrebbero raggiungere Pd e M5S né quale posizione assumerebbe un eventuale governo comune: proprio questa incertezza costituisce uno dei problemi politici che la coalizione dovrà risolvere prima di trasformare l’alleanza elettorale in una proposta di governo.

Non c’è soltanto Kiev: il 94,1% boccia il riarmo europeo

Guardando gli altri risultati della consultazione, la distanza non riguarda soltanto l’invio di armi all’Ucraina. Il 94,1% degli iscritti partecipanti ha approvato la contrarietà al piano europeo di riarmo e il 91,8% ha sostenuto il no all’aumento della spesa per la difesa. Si delinea quindi una posizione complessiva sulla politica di sicurezza europea, che va oltre la semplice discussione sulla durata degli aiuti militari a Kiev e investe il ruolo dell’Italia nella nuova strategia di difesa dell’Unione.

Il documento pentastellato propone parallelamente una svolta negoziale che tenga conto delle ragioni del Paese aggredito e coinvolga la comunità internazionale. Il Movimento non mette dunque in discussione l’aggressione subita dall’Ucraina, ma sostiene che la prosecuzione delle forniture militari allontani la possibilità di una soluzione diplomatica. Sarà questo uno dei punti che il Pd dovrà valutare nella costruzione del programma comune, mentre il M5S dovrà stabilire quali margini di mediazione considera compatibili con il mandato ricevuto dai propri iscritti.

L’altra mina del campo largo si chiama Matteo Renzi

Come se la politica estera non bastasse, a Nova è riemersa anche l’altra questione che da tempo complica i rapporti tra le diverse anime della futura coalizione: Matteo Renzi. Una parte del Movimento continua a guardare con forte diffidenza alla presenza di Italia Viva nello stesso schieramento e diversi esponenti pentastellati hanno ribadito che nessuna forza dovrebbe poter condizionare dall’interno gli obiettivi condivisi della coalizione.

Sul tavolo rimane inoltre la questione delle future primarie per scegliere l’eventuale candidato alla presidenza del Consiglio. Anche in questo caso esiste una domanda alla quale oggi nessuno può fornire una risposta verificabile: se la coalizione scegliesse un candidato diverso da Conte, quale parte dell’elettorato pentastellato seguirebbe quella scelta? Il Movimento ha dimostrato negli anni una forte mobilità elettorale e proprio per questo la capacità di trasferire integralmente i propri voti su un candidato espresso da un altro partito non può essere considerata automatica. È un problema che riguarda tutte le coalizioni, ma assume un peso particolare quando le differenze programmatiche investono temi centrali come guerra, difesa e politica internazionale.

Il mandato di Nova arriva al tavolo del campo largo

Nova nasce proprio con l’obiettivo di costruire la proposta che il Movimento 5 Stelle porterà al confronto con gli alleati. Conte aveva presentato l’appuntamento come il punto d’arrivo di mesi di partecipazione e di oltre cento tappe destinate a produrre i contenuti del futuro programma pentastellato. Adesso quei contenuti esistono e almeno sulla politica estera indicano una direzione molto precisa, con percentuali che rafforzano la posizione del leader nel momento in cui dovrà sedersi al tavolo con Schlein e con gli altri interlocutori del centrosinistra.

Il paradosso politico è che proprio la nettezza del risultato interno rende più difficile la trattativa esterna. Conte può sostenere di avere ricevuto un mandato preciso, mentre Schlein deve tenere insieme un partito nel quale convivono sensibilità differenti e una componente che considera la prosecuzione del sostegno militare all’Ucraina parte della collocazione europea e atlantica dell’Italia. Le eventuali primarie potranno stabilire chi guiderà la coalizione, ma non potranno sostituire il lavoro necessario per definire la politica estera di un possibile governo comune.

È questa la questione che il voto di Nova consegna al campo largo. Il 91,7% non stabilisce quale sarà la linea di un’eventuale coalizione e non permette di anticipare se Pd e M5S riusciranno o meno a trovare un compromesso, ma cambia il peso con cui Conte arriva alla trattativa. Fino a ieri il no alla prosecuzione dell’invio delle armi poteva essere considerato una posizione politica del Movimento da negoziare con gli alleati; oggi il presidente pentastellato può presentarlo come un mandato ricevuto dagli iscritti che hanno partecipato alla consultazione e ha già dichiarato pubblicamente di non volerlo diluire. Per il campo largo, la discussione vera comincia esattamente da qui.