Meloni riscrive Mattarella sulla scuola contando che nessuno vada a controllare: «Diceva le stesse cose». Peccato che le circolari dicano il contrario

Sergio Mattarella e Giorgia Meloni

Giorgia Meloni ha un talento politico indiscutibile: riesce a prendere un pezzo di realtà, girarlo dalla parte che le conviene e restituirlo agli elettori con un significato nuovo di zecca. L’ultima esibizione riguarda Sergio Mattarella, gli studenti stranieri e le due circolari che l’attuale presidente della Repubblica firmò quando era ministro dell’Istruzione, tra il 1989 e il 1990.

La premier le ha tirate fuori per difendere il progetto del governo sul tetto del 30 per cento agli studenti stranieri che non conoscono adeguatamente l’italiano. Secondo Meloni, quando Mattarella era ministro già invitava a non concentrare i ragazzi stranieri nelle stesse classi e dunque, in sostanza, il governo starebbe semplicemente proseguendo lungo una strada indicata dall’attuale capo dello Stato più di trent’anni fa.

Suggestivo. C’è soltanto un problema: le circolari di Mattarella dicono una cosa profondamente diversa.Non prevedevano un tetto del 30 per cento. Non consentivano di mandare gli studenti in eccesso in un altro istituto. Non costruivano un meccanismo amministrativo per redistribuire gli stranieri sul territorio. E soprattutto partivano da una filosofia che emerge chiarissima leggendone il testo integrale: inserire, integrare, accompagnare, evitare l’isolamento e garantire il diritto allo studio.

Insomma, Mattarella viene arruolato trentasei anni dopo in una battaglia politica che, leggendo quello che scriveva davvero, assomiglia molto poco alla sua.

Mattarella scriveva: «Gli alunni stranieri sono prima di tutto alunni»

Basterebbe questa frase per capire lo spirito di quelle disposizioni: «Gli alunni stranieri sono prima di tutto alunni». Non clandestini da contabilizzare, non quote da redistribuire, non eccedenze da trasferire. Alunni.

La circolare del 1989 nasceva davanti a un fenomeno migratorio che la scuola italiana cominciava allora ad affrontare in dimensioni nuove. Il documento spiegava che l’immigrazione rendeva necessari interventi capaci di «garantire alla generalità degli immigrati l’esercizio del diritto allo studio» e contemporaneamente di valorizzare «l’apporto di culture diverse».

È dentro questo impianto che compare il famoso numero cinque oggi rispolverato nel dibattito politico. Mattarella suggeriva di distribuire gli alunni stranieri nelle diverse classi, indicando che quelli appartenenti allo stesso gruppo linguistico non dovessero superare le cinque unità.

La distinzione è tutt’altro che ornamentale. Non c’era un limite di cinque stranieri complessivi per classe: il riferimento riguardava gli studenti dello stesso gruppo linguistico, proprio perché l’obiettivo dichiarato era favorirne «la naturale integrazione linguistica con gli alunni italiani».

Mattarella arrivava inoltre a suggerire la valorizzazione della lingua e della cultura d’origine e il coinvolgimento delle famiglie, prevedendo percorsi educativi personalizzati e iniziative interculturali.

Presentare tutto questo come l’antenato politico di un tetto obbligatorio del 30 per cento richiede dunque una discreta ginnastica interpretativa.

Il particolare dimenticato: Mattarella non voleva spostare gli studenti da una scuola all’altra

C’è poi una differenza ancora più difficile da nascondere. Le indicazioni di Mattarella riguardavano essenzialmente la composizione delle classi all’interno della scuola. L’obiettivo era evitare che gli studenti stranieri venissero concentrati tutti nella stessa aula, creando proprio quella separazione che avrebbe reso più difficile l’integrazione.

Il provvedimento preparato dal governo Meloni introduce invece un meccanismo differente. Il ministro Giuseppe Valditara lo ha spiegato senza particolare ambiguità: «La nostra è una legge e non una circolare e sarà cogente». Gli uffici scolastici territoriali potranno coordinare la distribuzione e spostare gli studenti in eccesso verso un’altra scuola di prossimità.

Dunque non serve neppure affidarsi alle interpretazioni delle opposizioni per individuare la differenza. La spiega il ministro che sta preparando la nuova norma. Mattarella dava indicazioni alle scuole su come comporre le classi favorendo l’integrazione. Il governo Meloni vuole fissare per legge un tetto e dotare l’amministrazione del potere di redistribuire gli studenti anche tra istituti differenti.

Se fossero davvero la stessa cosa, difficilmente Valditara avrebbe bisogno di precisare che questa volta si tratta di una legge cogente e che «non sarà più possibile l’inerzia».

Il trucco dei cinque studenti

La parte politicamente più efficace dell’operazione è proprio quel numero: cinque. Letto senza contesto, produce un risultato formidabile. Mattarella voleva addirittura un massimo di cinque stranieri per classe, mentre Meloni si ferma al 30 per cento. Quasi quasi, a sentirla raccontare così, Mattarella sembrerebbe più severo dell’attuale governo. Peccato che manchi un pezzettino della frase.

I cinque erano gli alunni «dello stesso gruppo linguistico» e l’indicazione serviva a impedire che si formassero nuclei isolati linguisticamente dal resto della classe. Il documento suggeriva infatti di distribuire gli studenti stranieri in poche unità per aula proprio per accelerarne l’apprendimento dell’italiano e l’integrazione con i compagni. È un po’ come citare metà di una ricetta e sostenere che il cuoco volesse preparare un piatto diverso. Tecnicamente le parole esistono. Politicamente il significato cambia.

Trentasei anni dopo Mattarella diventa testimone della Meloni

Naturalmente esiste anche un’altra differenza enorme: sono trascorsi più di trentacinque anni. L’Italia del 1989 non era quella del 2026, la composizione demografica era diversa, il fenomeno migratorio aveva dimensioni differenti e la scuola italiana affrontava problemi che allora erano in gran parte nuovi.

Questo rende ancora più singolare trasformare due circolari amministrative nate in quel contesto nella patente di legittimità di una legge concepita nel 2026.

Meloni avrebbe potuto difendere il proprio provvedimento nel merito, spiegare perché ritiene necessario il 30 per cento, dimostrarne l’efficacia e assumersene completamente la responsabilità politica. Ha preferito aggiungere un testimone d’eccezione: Sergio Mattarella. Solo che il testimone, andando a leggere gli atti, racconta un’altra storia.

Mattarella parlava di diritto allo studio, accoglienza, integrazione linguistica, percorsi individualizzati e valorizzazione delle culture d’origine. Avvertiva persino che inserire uno studente straniero in una classe inferiore soltanto perché conosceva male l’italiano avrebbe potuto risultare penalizzante.

Il governo Meloni prepara invece un tetto legislativo del 30 per cento per gli studenti stranieri che non conoscono adeguatamente l’italiano, con la possibilità di indirizzare quelli in eccesso verso altre scuole, pur prevedendo deroghe e interventi aggiuntivi per l’insegnamento della lingua. Si può essere favorevoli o contrari alla nuova norma. Ma è un’altra norma.

Mattarella non ha cambiato idea: basta leggere Mattarella

Ed è probabilmente questo l’aspetto più paradossale dell’intera vicenda. Non occorre arrampicarsi sulle interpretazioni per trovare una coerenza tra il ministro Mattarella di allora e il presidente Mattarella di oggi.

La scuola, ha ribadito il capo dello Stato, deve essere luogo di inclusione e deve «superare i ghetti, non crearne di nuovi». Meloni sostiene che proprio questo principio renda compatibile la posizione del Quirinale con quella del governo. Il Colle, finora, non ha aperto uno scontro pubblico e segue il provvedimento in preparazione. Ma attribuire a Mattarella la paternità culturale della nuova misura è un’altra faccenda.

Perché le circolari esistono. Sono ancora leggibili. E hanno il fastidioso difetto che possiedono i documenti originali quando entrano nella propaganda politica: contengono anche le parole che vengono prima e quelle che vengono dopo la frase scelta per dimostrare una tesi.

E quelle parole raccontano un ministro che nel 1990 scriveva che gli stranieri erano «prima di tutto alunni», che chiedeva alla scuola di integrarli e che considerava le loro differenze culturali qualcosa da valorizzare. Meloni può naturalmente difendere la propria legge quanto vuole. Ma almeno lasci a Mattarella le sue circolari. Quelle, a differenza dei comizi, si possono ancora leggere.