Nel grande cantiere del campo largo c’è una foto che Matteo Renzi non riesce a occupare. E non è un dettaglio. Mentre Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli provano a mostrarsi come l’ossatura dell’alternativa alla destra meloniana, Goffredo Bettini benedice il nuovo passaggio politico e Alessandro Onorato diventa il volto civico utile a parlare a quel pezzo di mondo amministrativo, moderato e pragmatico che il centrosinistra non vuole lasciare ai terzopolisti. In mezzo resta Renzi, stretto tra la diffidenza di Conte e la strategia di Bettini, che da tempo lavora a un allargamento del campo progressista senza consegnare le chiavi del centro all’ex presidente del Consiglio.
Lo stratega dem legge l’incontro tra i leader di Pd, M5S e Avs come il segnale atteso da militanti ed elettori. «Gli elettori e i militanti progressisti e di sinistra aspettavano da tempo un segnale di unità, di comune ricerca programmatica, di vicinanza e collaborazione tra i leader fondamentali del campo alternativo alla destra meloniana. Ieri è arrivato», scrive Bettini in un editoriale pubblicato su Rinascita, la rivista che dirige. Per lui non si tratta di una semplice passerella, ma dell’avvio di un percorso più strutturato, destinato a consolidare le battaglie già condivise e a definire nuove convergenze.
Bettini vede il primo passo del campo alternativo
Bettini insiste su un punto che ripete da anni: il centrosinistra non può vincere se resta chiuso nel perimetro della sinistra tradizionale. «È uno scatto in avanti che mi riempie di speranza. È ovvio, almeno per me, che è un primo passo; al quale farne seguire altri. Ho ripetuto all’infinito che da sola la sinistra non basta. Occorre allargare, includere, ospitare le culture democratiche, socialiste, repubblicane, liberali e libertarie. Mantenendo coerenza, armonia, capacità di sintesi al fine di un messaggio chiaro di cambiamento dell’Italia».
È qui che la partita si fa più interessante. Perché l’allargamento evocato da Bettini non coincide automaticamente con il ritorno di Renzi nel centrosinistra. Al contrario, sembra disegnare uno spazio diverso: un campo ampio, certo, ma costruito attorno a Pd, M5S, Avs e a un civismo organizzato, non ai protagonisti del vecchio Terzo polo. La presenza di Alessandro Onorato, assessore romano e promotore di Progetto civico Italia, serve proprio a questo: offrire un canale di dialogo con amministratori, sindaci, realtà locali e mondi pragmatici senza passare necessariamente dalla porta renziana.
Conte apre a Onorato e tiene Renzi a distanza
A rafforzare questa lettura arriva Giuseppe Conte. Il leader del Movimento 5 Stelle, che in passato ha più volte frenato sull’ingresso di Renzi nella coalizione, rivendica la propria partecipazione al battesimo politico di Progetto civico Italia. «Sono stato al “battesimo” di Progetto civico Italia di Alessandro Onorato perché il Movimento 5 Stelle e io non siamo settari, se c’è qualcosa di interessante che nasce, come in questo caso, dal basso, una forza politica nuova, innovativa, che si avvantaggia dell’esperienza amministrativa di assessori, sindaci di tutta Italia, erano circa 600 rappresentanti, ben venga per dare un contributo di esperienza, di pragmatismo».
Il messaggio è doppio. Da un lato Conte vuole mostrarsi aperto, non chiuso nel recinto grillino, disponibile a riconoscere esperienze civiche e amministrative utili alla costruzione dell’alternativa. Dall’altro lato, però, sceglie con cura i propri interlocutori: ben venga Onorato, ben venga il civismo dal basso, molto meno scontato l’ingresso di chi, come Renzi, viene percepito da una parte del campo progressista come un fattore divisivo più che come un valore aggiunto.
La tenaglia politica intorno a Renzi
La difficoltà di Renzi nasce proprio da qui. Il campo largo ha bisogno di allargarsi, ma non necessariamente di allargarsi a lui. Bettini lo dice in modo più teorico, Conte lo traduce in pratica politica. L’ex premier resta un interlocutore possibile solo se il suo ingresso non altera gli equilibri interni, non spacca l’asse con i Cinque Stelle e non offre alla destra l’immagine di un centrosinistra ricostruito con gli stessi protagonisti che una parte dell’elettorato progressista considera responsabili delle fratture passate.
In questo schema, Onorato diventa una pedina preziosa. Non ha il peso nazionale di Renzi, non porta con sé la stessa carica divisiva, ma consente di parlare a un pezzo di società civile e amministrativa che il Pd da solo fatica a intercettare e che il Movimento 5 Stelle vuole avvicinare senza snaturarsi. È il centro senza Renzi, o almeno il tentativo di costruire un’area larga, civica e pragmatica che renda meno indispensabile l’ex leader di Italia Viva.
Vannacci come acceleratore dell’unità
Bettini inserisce poi il ragionamento dentro un quadro più ampio, segnato dalla crescita di Roberto Vannacci e di Futuro Nazionale. Per il dirigente dem, il generale non è un fenomeno folcloristico né una parentesi destinata a spegnersi da sola. È invece il sintomo di una trasformazione più profonda della destra e del Paese. «Il fenomeno Vannacci rafforza tale mio ragionamento. Non lo considero un rigurgito folcloristico del passato; piuttosto un segnale nel presente di quanto sia in bilico l’equilibrio democratico».
Secondo Bettini, Vannacci si presenta come interprete di un popolo «dimenticato, arrabbiato, degradato, non rappresentato, impaurito», ormai refrattario ai richiami valoriali perché concentrato sulla propria fatica quotidiana. È lì che, nella sua analisi, la destra rischia di essere trascinata ancora più in là, verso un linguaggio estremo, razzista e militarizzato. «Non so come andrà a finire. Ma non credo che Marina Berlusconi, sincera liberale, farà più di tanto. Né ho certezza che la destra si dividerà. Semmai sarà trascinata da Vannacci ad andare ancora più a destra».
La sfida ai cittadini “normali”
La conclusione politica di Bettini è chiara: se la destra si radicalizza, il campo progressista deve allargarsi ai cittadini «normali», non ideologizzati, non militanti, ma spaventati dalla direzione presa dagli avversari. «Grande spazio si apre per noi in mezzo ai cittadini “normali”; non ideologizzati, non politicizzati, non impegnati in battaglie civili, ma semplicemente “perbene” e di “buon senso” che probabilmente cominciano a guardare con orrore la “bruttura” che stanno preparando i nostri avversari».
È una linea che prova a tenere insieme l’unità del fronte progressista, il civismo amministrativo e una nuova offerta moderata senza consegnarsi ai vecchi riti del Terzo polo. Per Renzi, il problema è tutto qui: il campo largo non lo esclude perché non voglia allargarsi, ma perché sta cercando un modo per farlo senza dipendere da lui. E l’asse Bettini-Conte, almeno per ora, sembra lavorare esattamente in questa direzione.







